mercoledì, agosto 1

Tappa 3 - Tre regioni, tre panorami, tre popoli


Oggi ho pedalato  il primo dei due tapponi di tanti chilometri  necessari per arrivare in tempo a Siena con la conclusione delle ferie. Da Aosta a Mortara, quasi 156 km con tre regioni toccate: Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, tre popoli diversi fra di loro, tre panorami completamente agli antipodi. E’ questo il bello del viaggio. Per fortuna non ci sono state salite da affrontare e tutto sommato sono arrivato stanco ma moderatamente vivo. Prima notizia, dall'ingresso in Piemonte, provincia di Biella, sono moltissimi i cartelli della Francigena che si incontrano. La giornata era iniziata alla grande con tre paste tre mangiate ad Aosta. E’ uno degli aspetti magici della bici: puoi mangiare quanto vuoi senza rimorsi. Particolarmente buone le due con pezzetti di mela dentro, ma anche quella alla crema era tutt’altro che da buttare. Nota meno lieta il caffè macchiato, di fatto un cappuccino bollente e quasi imbevibile. E vabbé, non si può avere tutto, anche perché la ragazza del bar era di “qualità” ed una ciofeca di caffè gli si può perdonare... A seguire ho fatto una rapida visita ad Aosta e francamente mi ha sorpreso per la sua bellezza, fatta di tanti ruderi romani. In particolare la grande porta è da vedere alla grande. Ma andiamo avanti. Per trovare la ciclabile lungo la Dora Baltea (nella foto) mi ci è voluto un poco di tempo, anche perché nel frattempo mi aveva chiamato Alessandro Pagliai di Antenna Radio Esse e mi ero un poco distratto. Poco male, però. La strada è francamente molto bella e per una decina di chilometri si snoda per la valle che porta a St. Vincent, quindi a Ivrea. A quel punto mi sono scontrato contro la talebana che ha esteso la guida che seguo. Per  non farti fare dieci metri di una provinciale poco trafficata ti fa andare su strade a sterro, campi quasi infangati anche in tempo  di siccità (qui annaffiano sempre) e così via. Bene che vada ti becchi zanzare o altri insetti che gozzovigliano e ingrassano sulla schiena delle tante mucche. Male che vada ti ritrovi faccia a faccia con qualcuno dei tori che in Val d’Aosta abbondano, manco si fosse in Andalusia. La peggior cosa è che ti becchi il contadino, fresco di colazione con lardo e vino, sicuro che gli volevi fregare le albicocche oramai mature. Sicuramente si rischia di prendere viottoli che ti sfasciano mezza bici e rimanere a piedi in un colle sulla Dora Baltea non è proprio il modo più bello di iniziare la giornata. Si deve sempre leggere in modo critico le guide, ha ragione il mio amico Fabio, che ne ha scritte delle ottime. Sono come i gps per auto: non hanno sempre ragione solo perché noi siamo uomini fallaci e lui un gps perfetto. Pian pianino sono arrivato a St. Vincent, la Montecatini del nord, con in più il Casinò, che notoriamente è una bella calamita di… un po’ di tutto, diciamo così. Sono passato abbastanza presto e di allegre pulzelle in giro c’erano poche, diciamo nessuna. Tranquilli, la prostata pressata da tre giorni di bici mi rende come il bambolotto Ciccio Bello: piatto. Non mancavano però gli anziani a fare due passi “con il fresco”. Un caffè me lo sono concesso in un bar vip. Un euro speso alla grande, visto che era decisamente buono. Pian pianino i monti sono diventati dolci colli, appena entrato in Piemonte. Mi è tornata alla mente la descrizione dei campanili fatta da Padre Enzo Bianchi della comunità di Bose nel suo libro “Il pane di ieri”. Me lo avevano regalato Ines e  Roberto nel Natale 2008 e l’ho riletto poche settimane fa. Per il sacerdote i tanti campanili dei fondo valle piemontesi erano magici, negli anni cinquanta, un mezzo di comunicazione perfetto. Se le campane suonavano la notte significava che c’era un allarme meteo di qualche tipo. I rintocchi durante il giorno, a festa o a lutto, sintetizzavano il procedere delle cose belle e dei lutti della vita. Oggi nessun sms, Facebook o Twitter riuscirebbe a comunicare altrettanto bene, in tempo reale ed a tutti, al netto di chi ha il sonno pesantissimo, ma in quel caso neppure il bip dell’sms lo avrebbe tolto dalle poderose (per lui) braccia di Morfeo. Ho osservato molto i campanili, così come il meraviglioso castello di Bard, ultimo baluardo, maestoso, nel punto più alto della valle che porta in fondo, dopo qualche decina di chilometri, alla pianura. E’ stato questo il terzo panorama di oggi. Prima grano turco, tanto, poi le risaie del vercellese, veramente tantissime. Prima un pranzo veloce in un bar lungo la strada. Mi piaceva il nome “Io e te” e mai scelta fu migliore. Ovviamente ci ho passato quasi un’ora, con una bella chiacchierata chilometrica con i due proprietari, una coppia sulla sessantina. Lei aveva dei lineamenti bellissimi che lasciavano capire che qualche decina di anni fa doveva essere un fenomeno di bellezza. Adesso gestisce con il cuore il piccolo bar con ristorazione di qualità insieme al marito, ma soprattutto pensa ai nipoti. La figlia aveva preso un colpo di sole e prima di andare via mi ha chiesto come poterli prevenire. Mi sopravvalutava forse, ma risposta è stata perfetta: “Le dica di stare più all’ombra!”. Mi sono sentito molto medico di campagna! Lui è stato in Svizzera a lavorare per 25 anni e mi ha chiesto che idea mi ero fatto dello stato bianco e rosso. Da lì a parlare dell’Italia c’è voluto due minuti. Era arrabbiatissimo. Ha avuto un’espressione diversa quando ha parlato dell’Olivetti che adesso non c’è più, della Fiat che nessuno sa cosa farà in futuro, dell’economia che sta crollando. Era deluso, soprattutto per il futuro della figlia ed i nipoti. Uno era in bottega e melo ha presentato. Ovviamente di tutto questo non importa nulla a nessuno. Avete ragione, passo oltre. Due le cose che mi hanno colpito nei chilometri successivi. La prima non poteva che essere il grande monumento a Palestro, a memoria imperitura della battaglia, tanto sanguinosa, quanto importante per l’Italia. L’altra cosa speciale è stata una fontanina di acqua freschissima trovata casualmente in messo alle risaie, con annesso un vecchio ospedale piccolissimo, una chiesa ed una grotta con immagini sacre. Secondo me doveva essere una sorgente naturale, visto che l’acqua scorreva abbondante e senza rubinetto. C’era vicino un signore, che appena mi ha visto ha subito detto: “E’ buona, bevi, ne hai bisogno”. Era veramente fresca e buona e ne ho approfittato anche per una specie di doccia! Ha riso ed è andato via, questo signore, ma non si è minimamente scossa la folta comunità d gatti che vive vicino alla fontanella. Adesso è già tardi e ripensandoci niente è degno di citazione fino a Mortara. Ah, ho visto anche il cartello dell’azienda del Riso Gallo! E sticazzi! Andiamo a letto, è meglio, domani vorrei arrivare a Fidenza, fatica permettendo.
















La canzone di oggi è "Blowing in the wind" di Bob Dylan. Sono stato sette ore sui pedali oggi ed ho pensato molto.

Blowing in the wind
Bob Dylan
“How many roads must a man walk down
before you can call him a man
yes ‘n how many seas must a white dove sail
before she sleeps in the sand
yes and how many times must the cannonballs fly
before they’re forever banned
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind
yes and how many years can a mountain exist
before it is washed to the sea
yes and how many years can some people exist
before they’re allowed to be free
yes and how many times can a man turn his head
and pretend that he just doesn’t see
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind
yes and how many times must a man look up
before he can see the sky
yes and how many ears must one man have
before he can hear people cry
yes and how many deaths will it take till he knows
that too many people have died
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind”.
Traduzione.
“Soffia nel vento
Quante strade deve percorrere un uomo
prima di poterlo chiamare un uomo
e quanti mari deve navigare una bianca colomba
prima di dormire sulla sabbia
e quante volte debbono volare le palle di cannone
prima di essere proibite per sempre
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento
e quanti anni può una montagna esistere
prima di essere spazzata verso il mare
e quanti anni possono gli uomini esistere
prima di essere lasciati liberi
e quante volte può un uomo volgere il capo
e fare finta di non vedere
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento
e quante volte deve un uomo guardare in alto
prima di poter vedere il cielo
e quanti orecchi deve un uomo avere
prima di poter sentire gli altri che piangono
e quante morti ci vorranno prima che lui sappia
che troppi sono morti
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento”.

martedì, luglio 31

Francigena - Tappa 2 - L'acqua fresca del Gran San Bernardo

Con tanta fatica sono arrivato ad Aosta. Sono un poco stanchino (Forrest Gump cit. su suggerimento del mio amico Mauro). L’ascesa da Bax al Gran San Bernardo è durata sei ore e quaranta minuti, più le pause. Quasi 2000 metri di dislivello con 35 kg circa fra bici e borse che hanno creato un bel mix di fatica. Mi ha “protetto” la maglia di Michele, quella gialla delle grandi occasioni. Sono molto sensibile all’amicizia e Michele è una delle persone migliori che conosca, oltre ad essere un amico speciale. Adesso sono arrivato ad Aosta e tutta la fatica è già diventata una dolce nostalgia. Ho fatto tesoro anche dei consigli del mio amico Sandro, grande preparatore ed iron man! I bravi maestri non sono quelli che sanno più cose, ma coloro che sanno meglio trasmettere agli altri i concetti e stimolare in chi ascolta la curiosità di approfondirli. Sandro è uno di questi bravi maestri, oltre ad essere molto competente nel suo lavoro. Gli chiesi una volta come gestisse “la testa” durante una grande prova fisica. Mi rispose in modo molto chiaro ed io ho rielaborato i suo piccoli insegnamenti. I primi 30 km, fino alla base del Gran San Bernardo mentalmente erano il riscaldamento, la seconda parte, quella fino alla fine della strada maestra, il momento in cui dovevo dare tutto. Gli ultimi 7 km, fatti di tornanti terribili dovevano essere solo adrenalina, di cui gli ultimi due solo cuore, gettando l’anima oltre l’ostacolo, cercando di trovare le energie ovunque. Le ho cercate e trovate nella bellezza e nella potenza della montagna. Ho cercato di cogliere la sua maestosità, la sue eternità ed è stato sublime. Non nascondo di aver avuto alcuni momenti di commozione. Il più “bello” è stato quando scurvato un tornante ho visto l’ospizio del San Bernardo, il passo. Ero arrivato, mancavano solo poche decine di metri. Sono stati tanti i pensieri che mi sono passati per la mente. Nelle prime ore ho pensato a quello che vedevo. Mi hanno colpito i tanti distributori di benzina che annesso hanno anche il dancing club, ovvero il locale dove si può trovare compagnia, notte tempo. Mi ha ricordato il libro di Coehlo “11 minuti” che descriveva bene la vita di tante ragazze emigrate inseguendo un sogno in Svizzera. Nel viaggio in treno ho passato tre ore vicino ad una ragazza domenicana. Aveva tre cellulari, due Blackberry (uno ancora con le copertine sullo schermo) ed un Iphone. Cosa c’entra? Poco, forse, ma per la prima volta mi era venuto in mente “11 minuti”. Al passaggio del controllore lei aveva detto che era la prima volta che andava in Svizzera. Non conosco il suo nome e sicuramente non la rivedrò mai più e non saprà mai che mi ha colpito nel suo essere semplice, nel parlare in spagnolo al cellulare, forse con qualche amica, poi rispondere in italiano al poliziotto. Forse mi sono fatto troppe idee su di lei, di sicuro un poco troppo i cavoli suoi. Ma dovevo pur passare tre ore di treno! Un’altra cosa che mi ha colpito sono le molte coltivazioni di frutta. Non sapevo che in Svizzera ci fossero così tante vigne e soprattutto alberi di albicocche. Ovviamente sono più piccole e meno gustose rispetto alle nostre, ma piacevoli al gusto, nel complesso. Ma torniamo ad oggi. Il San Bernardo è molto scorrevole come salita. Fatto con la bici da strada e senza bagagli al seguito è veramente super! Con i bagagli è diverso. Negli ultimi chilometri ho ripensato anche al passaggio sui Pirenei nel Cammino di Santiago, con un freddo terribile e tanta pioggia. Allora non sapevo cosa fare ed andai in confusione. Fu un ragazzo americano a “trovarmi” sul passo che porta a Roncisvalle. Caso ha voluto che anche questa volta abbia trovato unaltro ragazzo americano. Era con la bici da strada ed era stato “sgrattugiato” da una macchina che lo aveva fatto urtare contro il muro fatto di pietre. Aveva alcuni lividi e qualche piccola ferita, ma ha tirato fuori un sorriso speciale quando gli ho chiesto dove stava andando. Mi ha detto che avrebbe dormito da qualche parte da lì a qualche chilometro e che il giorno dopo avrebbe fatto un sentiero di montagna di sei chilometri con la bici in spalla, quindi sarebbe andato a trovare degli amici in un rifugio. Un grande. Nelle salita pensavo al ragazzo americano dei Pirenei e ne ho trovato un altro al passo. E’ stato bello. Tanti pensieri mi sono passati per la mente negli ultimi chilometri, mentre la stanchezza mi faceva fermare ogni tre o quattrocento metri. Ho pensato ad i miei amici, alla mia vita, alla mia famiglia, alla mia compagna, ai miei amici migliori, a Roberto, a Gaia, Stefano, Michele e tanti altri. Sono un uomo fortunato, perché dal loro pensiero ho trovato nuove energie. Pensare a loro non mi faceva sentire la fatica dei tornanti, o quantomeno la alleggeriva. Mi hanno protetto, tutti loro, con i loro pensieri, così come farei io per loro, senza se e senza ma. Ho pensato alla mia compagna Karina, una donna con le palle che ha cambiato la mia vita. Ho fatto tanti chilometri in treno, autobus e bici per vivere questi momenti. Solo quando sei allo stremo mentale ed immerso nellafatica, quasi annullato fisicamente, capisci cosa sei veramente e cosa vuoi da te stesso e della tua vita. E’ necessario perdere il bisogno di tutto ciò che è vita “normale”, per rimanere solo con i bisogni primari. Ad un certo punto ho finito l’acqua ed è stato un piacere speciale trovare una delle tantissime sorgenti spontanee che si incontrano lungo la strada. Acqua, semplice acqua fresca, la cosa più banale nella vita di tutti i giorni, la cosa più bella da trovare sulla salita del San Bernardo. Ma basta con queste cose strappa lacrime. Arrivato al passo mi sono fatto un regalone, nella forma di una bottiglia di birra (rossa s’intende) ed una bella fetta di crostata, ovviamente all’albicocca. Poi gli acquisti di rito, con due piccoli portachiavi con il cane  San Bernardo, da regalare a Karina ed a Costanza, mia nipote. Poi mi sono trasformato in Totò e Peppino e Milano. Mi sono messo il giacchetto antivento per affrontare la discesa. La temperatura non era così calda, come la neve ai bordi della valle ancora presente testimonia. Non ho messo i calzini sugli splendidi sandali da bici. Nei primi chilometri della discesa ho avuto la stessa sensazioni di quando d’inverno ,mentre siamo bene al calduccio sotto il piumone, causa movimento improvviso escono fuori i piedi e ci si sveglia di soprassalto per il freddo. Solo lo stimolo a fare la pipì limita l’incazzatura di essersi svegliati, ben coscienti che in ogni caso Morfeo sarebbe stato disturbato dalla imminente minzione. La sensazione di oggi è stata simile. Ma in fondo sentire freddo ai piedi il 31 luglio non è proprio semplice. E’ stato bello anche questo. E la via Francigena? Per il momento nessuna traccia, nessun cartello a segnalare la strada. Ma forse sarà solo presto e domani troverò i giusti segni di questo antico cammino. Vorrei arrivare a Verres, quindi dormire dalle parti di Ivrea. A domani, amici mie.

















La canzone di oggi non poteva essere che “La cura” del grande Battiato, ringraziando tutti gli amici e le persone speciali che con il loro semplice pensiero mi hanno protetto in questa giornata durissima.

La cura
di Franco Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te. 

lunedì, luglio 30

Francigena - Tappa 1 - Il Lago


Che bellezza la Svizzera! Tutte persone belle ed eleganti: perfino i brutti oggettivi si atteggiano da piacentoni. Losanna e Montreux sono due belle città, esattamente due belle città svizzere, con tanto di lago, qualche monumento e tanti edifici finanziari. E’ stato un caso che la bandana che avevo oggi era greca, benché oggettivamente, al di là delle colpe del popolo bianco e celeste, qualcuno ha speculato su di loro, proprio come stanno facendo sull’Italia adesso. Chissà se i soldi dei famosi “mercati” adesso stazionano in qualche banca della ridente nazione alpina. Ma veniamo a noi. Della Francigena neppure una piccola traccia. Evito anche di cercare i cartelli, visto che sicuramente non ci sono e non credo stiano pensando a metterli per il futuro. Si percepisce a pelle il senso di autosufficienza che hanno in questo stato. Le strade sono abbastanza pedalabili con le piste ciclabili con un metro e mezzo di asfalto ai bordi di ciascuna corsia. Non male, direi. Come prima tappa sono arrivato a Bax, dopo una sessantina di chilometri di pianura e qualche saliscendi. Poco da segnalare, oltre ai bellissimi negozi, le belle persone ed una ricchezza che si tocca con mano, almeno lungo il lago. Nelle periferie pullulano le aziende, molte legate all’edilizia. I piazzali delle imprese, a differenza dei nostri, sono pieni di auto e di camion in movimento. La crisi è un problema tutto italiano, ne sono sempre più convinto. Qua tutti parlano francese, solo gli immigrati masticano un poco di inglese, mentre gli indigeni, come i francesi, si rifiutano di parlare una qualsiasi lingua che non sia la loro. E’ una cosa che odio veramente della Francia e dei luoghi dove si parla francese. Oggi mi è capitata una fortuna, mi sono accorto che il gps non funziona. Non ho caricato le mappe e così mi devo orientare con le cartine, almeno fino alla Toscana. E’ stata una fortuna perché ho recuperato il senso “umano” del viaggio, poco tecnologico e fatto molto di rapporti umani, di indicazioni chieste lungo la strada ai passanti. Tutto sommato gli svizzeri sono abbastanza gentili. Oggi ho indossato la maglia che il mio amico Michele mi aveva regatato per il 40esimo compleanno. Non credo agli oggetti porta fortuna, ma questa maglia mi da serenità, perché sento il mio grande amico sulla pelle e questo mi piace. Mi piacciono poco invece i bagni dei treni svizzeri. Un autentico schifo, peggio dei treni italiani. In compenso passato il confine sono passati tre volte a controllare il biglietto, due volte i documenti ed una volta i finanzieri a chiedere se stavo esportando valori. Ma ho la faccia di quello che porta i soldi in Svizzera? Suvvia, svizzeri, lo sapete bene chi porta la moneta frusciante nelle vostre banche. Meglio la cena, parlando di cose serie: il classico birrone con un insalata tutt’altro che light, con due bei pezzi di feta, rigatino fritto e uovone al centro. Ovviamente il tutto bagnato con una birra da 0.50. Me lo meritavo. Domani è martedì e sarà un giorno difficilissimo. Per la prima volta salirò su un passo alpino con le borse sulla bici. I Pirenei me li ricordo ancora. Il tempo non si annuncia bellissimo. Darò il massimo, poi dove arrivo, arrivo… il Gran San Bernardo non è proprio il Montemaggio. Partirò da circa 400 metri ed il passo è oltre 2400. Speriamo bene…


















La canzone di oggi non può che essere "Uno su mille" di Gianni Morandi. Se non ce la farò ad arrivare in vetta mi sarà di consolazione!




Uno su mille
Gianni Morandi
Se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno sei finito
non ci credere
devi contare solo su di te
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
il passato non potrà
tornare uguale mai
forse meglio perché non tu che ne sai
non hai mai creduto in me
ma dovrai cambiare idea
la vita è come la marea
ti porta in secca o in alto mare
com'è la luna va.
Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi
ma ci puoi morire quand'è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno
sei finito non ci credere
finché non suona la campana vai.
Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi
ma ci puoi morire quand'è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno
sei finito non ci credere
finché non suona la campana vai.

Francigena, tappa zero. Nuovamente in viaggio, io e la mia bici.

Mi ricordo bene l’ultimo secondo che guardai il mare a Finisterre. Avevo appena terminato il Cammino di Santiago e voltandomi verso la terra ebbi la percezione che ogni metro che da lì in poi avrei fatto mi avrebbe riavvicinato a casa. Era stata un’esperienza così piena che decisi di fare l’ultimo tratto di pochi chilometri, da Santiago alla Galizia con l’autobus. Doveva infatti rimanere incompiuto il viaggio, affinché fossero fortissimi gli stimoli a tornare, per fare gli ultimi chilometri con la bici, al pari dei quasi ottocento precedenti. Ripensavo a questo momento stamani. Tornerò prima o poi sul Cammino di Santiago. Passando con l’autobus in via Nino Bixio alle sei c’era un sole rossissimo proprio dietro ai colli del Chianti. Un’alba incredibilmente bella. Non l’avevo mai guardata. Adesso sono nuovamente in viaggio, verso la Svizzera, direzione Losanna. Il treno mi sta portando lontano da casa, dai miei affetti, dai miei amici. Ogni metro che faccio mi allontana da tutti loro, da quello che sono, da una parte di me. Dovrei arrivare alle 15.40 circa, dopo quattro ore e mezzo di autobus e tre di treno, sperando che gli svizzeri siano puntuali. Da quel secondo ogni minuto che passerà mi riavvicinerà a casa. Cercherò di percorrere la via Francigena, passando il San Bernardo, Aosta e poi via, giù, verso il Piemonte, Emilia, Toscana. Sono poco allenato e non ho preparato nulla della logistica. Le borse le ho chiuse ieri sera. Ho solo le cartine e una guida  che mi condurrà in luoghi civili se mi dovessi perdere. Non so quando durerà questo viaggio, ma prima del Palio voglio e devo essere a Siena, ovviamente. Quando si viaggia, specialmente in bici, con la tenda ed i nostri pensieri, il tempo assume una “non dimensione”, non conta nulla, conta solo la terra che vedi, lo spazio che copri. Ci può volere un giorno oppure un minuto a fare un chilometro. Non importa, non si viaggia per fare la corsa contro il tempo, ma per apprezzare quello che c’è attorno a noi e da questa “bellezza” trarre la giusta energia che ci possa rendere migliori. Sarò da solo in questo lungo ritorno, o meglio sarò con la parte di me stesso che spesso trascuro, quella “non razionale”, quella alla quale non puoi dire bugie o fargli credere che sei diverso. Mi mancheranno sicuramente i miei affetti più cari, la famiglia, la mia compagna, gli amici ed anche il lavoro, che è anche questo una parte di me. Spero di tornare migliore da questo viaggio, spero di trovare tanta “bellezza” nelle terre e nelle persone che incontrerò e da tutto questo trarre energia positiva. Alle volte si pensa di essere talmente forti da possedere la terra, con tutto quello che contiene. C’è anche chi si trasforma in una figura ibrida, un supereroe  fra l’uomo Del Monte che osserva i suoi campi come un possidente del medioevo e Rocky Balboa quando all’alba sale le scale del palazzone ed alza le braccia al cielo come se tutto il mondo fosse in suo possesso. E’ una delle cazzate più grandi che si possa pensare. E’ infatti la terra a possedere noi ed è un dovere di ciascun uomo cercare, con la delicatezza dell’ospite pro-tempore, di cogliere gli aspetti più belli, i colori e tutta l’energia che la caratterizza e che raramente percepiamo. Adesso sono più tranquillo. Ieri sera ero stranamente nervoso, mi era presa un poca di paura. Farò la cosa giusta domani? Non è la solita cazzata? Dovrò stare molto attento. Come potevo non pensare a tutto questo. Proprio mentre questi pensieri mi affollavano la mente è arrivata la mia compagna Karina a salutarmi, anche se non era previsto, visto che ci eravamo salutati solo un ora prima. Ripensavo stamani al piacere che mi ha fatto. Ho pensato che quando hai brutti pensieri succede sempre qualcosa di bello. Adesso il treno sta viaggiando ancora e non so cosa troverò al mio arrivo. Ci saranno momenti di gioia, altri di paura e commozione, altri di felicità oppure di tristezza. Tutto questo sarà metaforicamente terra, fuoco, vento e acqua, gli elementi purificatori secondo gli antichi pellegrini nei cammini. Io sono molto meno: un 44enne un poco buzzicone, che ogni tanto fa qualche cosa di poco tradizionale. Ho scelto di fare tutto questo da solo, ma allo stesso tempo con tutti coloro che vorranno esserci. Chissà cosa accadrà. Una cosa però è certa. E’ importante permettere al destino di cambiare la nostra vita e di decidere ciò che è meglio per noi. Spero che “bellezza” che incontrerò possa indicarmi la giusta via, anche per caso.

Nella foto il Passo del Gran San Bernardo. 

La canzone di oggi è "Futura" di Lucio Dalla. Passerò fra qualche minuto dalla città dove ci ha lasciato.









Futura


Chissà, chissà, domani

su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare
e alzare la testa
non esser così seria, rimani
i russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
che si arriva alla luna,si la luna
ma non è bella come te questa luna
è una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco,più su
guida tu che sono stanco, più su
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
son sicuro che c'e' il sole
ma che sole è un cappello di ghiaccio
questo sole è una catena di ferro
senza amore, amore, amore, amore.
Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani.

giovedì, luglio 19

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza

Una delle ansie più vive in gran parte degli esseri umani è la ricerca della così detta “altra metà”. L’immaginario collettivo in questa definizione comprende il proprio completamento ideale, il gambo che sorregge il fiore, la radice che nutre l’albero. In poche parole è la ricerca di qualcosa di esogeno che diventi parte di noi stessi, che ci dia vita o semplicemente possa rendere migliore il quotidiano, come subordine accettabile. Tutto questo mi convince poco. Sono sempre stato dell’idea che sia impossibile stare bene con qualcun altro se prima non si sta bene con noi stessi. L’altra metà da conquistare, questa volta senza virgolette, è… l’altra metà di noi stessi, quella che magari abbiamo combattuto, odiato e amato, prima di accettarla con i suoi bianchi, ma anche tutti i neri. Per i più fortunati appare presto nella sua evidenza, ma per la stragrande maggioranza delle persone questa conoscenza non può che passare attraverso tanti cammini, infiniti sentieri, ciascuno dei quali farà scoprire una piega della propria anima, la sua bellezza, ma anche le sue ombre. Alle volte si parte per un viaggio, fisico o interiore, senza sapere cosa troveremo al di là delle “colonne d’Ercole” che cercheremo di superare, ma sappiamo che c’è qualcosa di importante che ci aspetta, una volta che saremo riusciti a togliersi di dosso tutti gli orpelli con i quali abbiamo “ornato” o “mascherato” la nostra metà sconosciuta. A questo proposito è letteralmente sublime la descrizione della “voglia di sapere” di Ulisse descritta dal sommo poeta Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, tanto è perfetta questa sintesi, che raccoglie ogni tipo di viaggio che si possa immaginare. Sapere meglio "chi sono" è la molla che mi fa partire per ogni viaggio, sperando di arrivare all’ultimo secondo della mia vita sapendo che il secondo successivo potrò forse raggiungere la verità. Ho una compagna speciale al mio fianco, che alle volte mi anticipa ed altre mi segue nei cammini, ma comunque mai ne impone, se non come proposta di condivisione per conoscersi meglio insieme. Ho anche tanti amici, per me importantissimi. Alcuni li frequento molto, altri non li sento tutti i giorni, ma reciprocamente sappiamo di avere un legame speciale. Presto partirò per un nuovo cammino, forse. Nessuna certezza per adesso. Sarà con me stesso. Da una parte questo mi fa paura, perché so bene che mi ritroverò con la metà di me che cerco di conoscere sempre meglio, dall’altra sono felicissimo, perché so bene che quando tornerò sarò sicuramente migliore e potrò far incazzare meno le persone che, bontà loro, mi stanno vicino.

 











Passo tratto dalla Divina Commedia – Canto XXVI
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: "Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

venerdì, giugno 22

Que sera, que sera, que sera...

Nel mio corpo da splendido ultra quarantenne un poco malconcio c’è un campanello che alle volte suona. E’ il ginocchio destro, fracassato dieci anni fa, che ha bisogno di almeno un giorno o due alla settimana di attività sportiva per non fare male. Ovviamente di tutto questo non importa nulla a nessuno. Sono assolutamente d’accordo. Non facendo pressoché niente di sportivo (se non mangiare) da un paio di settimane, il mio “orologio” sta suonando sempre più forte. Il caldo di questi giorni è bellissimo e mi ha riportato alla mente tante giornate torride passate in bici. Le “peggiori” sono state sicuramente in Marocco, nel deserto fra Errachidia e Gulmima, circa 80 chilometri e tre leggere curve, forse due.. con quasi sessanta gradi (non esagero), durante una delle cazzate finite bene più grandi che abbia mai fatto. Era l’agosto del 2010 ed arrivammo alla meta solo io e Fabio, “quasi” salvi dopo che altri quattro amici avevano detto saggiamente stop diverse ore prima. Il caldo mi riporta alla mente il “viaggio”, quello con la bici, una porta che sento il bisogno di riaprire dopo quasi due anni che è chiusa. Alle volte basta una piccola frase che senti, due parole che leggi per spalancarti orizzonti antichi nella mente. “Il viaggio è una specie di porta, per la quale si esce dalla realtà per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”, così scrisse Guy de Maupassant. Quest’anno è tornato il momento di ri-viaggiare in solitudine, almeno in parte, perché la mia vita è cambiata. E’ dal 2006 che non lo faccio e certamente mi manca di stare qualche giorno con la bici, la strada, il sacco a pelo, la tenda e me stesso. Il tempo è passato, forse anche troppo, e sono successe molte cose nella mia vita, alcune brutte, altre molto belle. Nuovi amici, altri con i quali ho cementificato il legame ed una persona (non pensavo potesse esistere) che è diventata la parte migliore di me e come tale è e sarà sempre la compagna migliore di ogni “viaggio” che sia su due ruote, o su due piedi, ma anche solo sognato. Voglio molto bene a tutti coloro che sinceramente mi sono vicini, dalla famiglia, agli amici, così come ai colleghi di lavoro, anche se alle volte lo manifesto in modo “strano” o “irrituale” questo legame, come tutte le persone che stanno imparando a vivere e che raramente capiscono in tempo reale quando sbagliano o fanno bene, se non attraverso gli sguardi o le incazzature di chi ci è vicino. Ieri sera sono andato a ri-guardare la bici da viaggio, compagna di tante avventure, un pezzo di ferro pesantissimo al quale sono molto affezionato e che alle volte non esito a coccolare. Non ha ovviamente un nome, visto che quando siamo insieme è una parte di me, come il ginocchio rotto. Conosce i miei pregi ed i miei difetti, così come io conosco i suoi punti deboli e tutti i suoi rumori. Mi asseconda e sa bene che la porterò sempre alla meta, quasi sempre sana e salva, pronta a ripartire, senza sentire la fitta in più.

Mentre pedalo capita spesso di vedere piccoli borghi o paesini arroccati sulle montagne. Mi viene spesso in mente “Che sarà” bellissima canzone di José Féliciano, che diventa sublime se ascoltata in spagnolo. Mi ricorda anche la mia Siena, il “paesone” dove sono nato. Sotto ho messo delle foto per me significative. Il bronzo è parte di una scultura sul Cebreiro, salita che si trova lungo il Cammino di Santiago, forse la più dura. Ci sono segnati tutti i Cammini europei ed anche la Francigena che passa da Siena. L'altra foto è invece la scogliere ed il mare di Finisterre, in Galizia, che fino alla scoperta dell'America era considerata l'ultima parte del mondo, la fine della terra e di ogni viaggio, Finisterre, dunque.


Paese mio che stai sulla collina,
disteso come un vecchio addormentato
la noia, l'abbandono, il niente son la tua malattia,
paese mio ti lascio io vado via.
Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
So far tutto o forse niente, da domani si vedrà,
e sarà, sarà quel che sarà.
Gli amici miei son quasi tutti via
e gli altri partiranno dopo me.
Peccato perché stavo bene in loro compagnia,
ma tutto passa, tutto se ne và.
Che sarà, che sarà, che sarà.
Che sarà della mia vita chi lo sa.
Con me porto la chitarra e se la notte piangerò,
una nenia di paese suonerò.
Amore mio ti bacio sulla bocca
che fu la fonte del mio primo amor,
ti do L'appuntamento dove e quando non lo so,
ma so soltanto che ritornerò.


Pueblo mio, que estas en la colina
tendido como un viejo que se muere
la pena, el abandono, son tu triste compañia
pueblo mio te dejo sin alegria.
Que sera, que sera, que sera
que sera de mi vida, que sera
si se mucho o no se nada
ya mañana se vera, y sera
sera, sera lo que sera.
Ya mis amigos, se fueron casi todos
y los otros partiran despues que yo.
Lo siento porque amaba su agradable compañia
mas es mi vida tengo que marchar.
Que sera, que sera, que sera
que sera, de mi vida que sera
en las noches mi guitarra dulcemente sonara
y una niña de mi pueblo llorara.
Amor mio me llevo tu sonrisa
que fue la fuente de mi amor primero
amor te lo prometo, como y cuando no lo se
mas se tan solo que regresare. 



martedì, maggio 29

Don Ivan e la bellezza che vive nei Valori

Per natura sono poco propenso ad avere forte ammirazione per l’apparato eclesiastico, essendo convinto della facoltà che ogni Uomo debba avere di ricercare la Verità, senza che questa venga calata dall’alto attraverso mediatori umani e come tali fallaci. Fatta questa premessa, un poco dissacrante (mi considero comunque un cattolico), mi sono commosso sentendo in tv pochi minuti fa la storia di Don Ivan, sacerdote morto per salvare la statua della Madonna dentro la sua Chiesa. Provoca sempre un colpo al cuore sentire la storia di Uomini che muoiono mentre testimoniano i Valori in cui credono. Don Ivan, parroco emiliano, ha un nome quasi russo, comunista, ma in terra di Peppone e Don Camillo aveva scelto la strada della chiesa e di Dio. E’ morto, forse senza pensare, mentre faceva quello che i suoi valori imponevano alla sua anima. Forse non ha neppure pensato alle conseguenze, né alla morte che lo stava attendendo. Don Ivan cadendo dentro alla sua chiesa ha lasciato un messaggio fortissimo, non rendendo vano il suo passaggio su questa terra. Dobbiamo ripartire dai nostri Valori. E’ vero, il terremoto e la crisi economica stanno mettendo in ginocchio la nostra Italia, ma proprio per questo dobbiamo ripartire dai Valori, dai punti fermi della nostra vita, proprio come ha fatto Don Ivan, indicandoci la strada, correndo a salvare la Statua che rappresentava i suoi Valori mentre imperversava il terremoto e la terra tremava. Sono assolutamente ottimista per il futuro, sono certo che ce la potremo fare, se tutti saremo come Don Ivan, gettando il cuore oltre l’ostacolo, senza farci condizionare troppo dalle conseguenze. La bella Italia, gli uomini e le donne che sono nati o hanno scelto di abitare qua, ce la faranno, ce la faremo, tutti insieme, riprendendo a camminare veloci, poi a correre, prendendo in braccio gli ultimi, se cammineranno troppo lenti, senza abbandonare nessuno, neppure una statua dentro ad una chiesa, proprio come Don Ivan, sacerdote emiliano che non è morto invano dentro alla sua Casa.
Ovviamente non lo conoscenvo, ma è bello ricordarlo con le parole di una canzone del poeta della via Emilia, Guccini… 

Lunga e diritta correva la strada
L'auto veloce correva
La dolce estate era già cominciata
Vicino lui sorrideva
Vicino lui sorrideva.
Forte la mano teneva il volante
Forte il motore cantava
Non lo sapevi che c'era la morte
Quel giorno che ti aspettava
Quel giorno che ti aspettava
Non lo sapevi ma cosa hai provato
Quando la strada è impazzita
Quando la macchina è uscita di lato
E sopra un'altra è finita
E sopra un'altra è finita.
Non lo sapevi ma cosa hai sentito
Quando lo schianto ti ha uccisa
Quando anche il cielo di sopra è crollato
Quando la vita è fuggita
Quando la vita è fuggita.
Vorrei sapere a cosa è servito
Vivere, amare, soffrire
Spendere tutti i tuoi giorni passati
Se così presto hai dovuto partire
Se presto hai dovuto partire.
Voglio però ricordarti com'eri
Pensare che ancora vivi
Voglio pensare che ancora mi ascolti
E come allora sorridi
Che come allora sorridi 



mercoledì, maggio 16

Bacio, vita e bellezza, con Lila Azam Zanganeh, Catullo e Jovanotti

Il bacio e la passione sono componenti essenziali nella costruzione del concetto di bellezza in ciascuno di noi. Solo baciando la persona alla quale vuoi bene la conosci veramente, così come solo baciando metaforicamente un panorama, una strada, la bici, una montagna o il mare, riesci ad entrarci in simbiosi, diventando una cosa sola. Anche da questo percorso può nascere amore e di conseguenza bellezza, la vita, nella sua trasformazione finale e come tale eterna. Mi hanno colpito molto le parole di Lila Azam Zanganeh, giornalista e scrittrice iraniana pronunciate tempo fa nella trasmissione di Fazio “Quello che (non) ho”. Sono molto belle e le ho trascritte.

"Bacio è un punto di vista nel paese di origine dei miei genitori. Baciarsi è un reato. Secondo lo scrittore russo Vladimir Nabokov invece è un sogno di felicità persino più erotico del sesso. Il bacio è un punto di vista. Qualche anno fa ho chiesto al celebre regista Kiarostami perché mai si ostinasse a vivere in Iran dove è stato accusato di pornografia solo per aver mostrato in un filmina ragazza che munge una vacca. In Iran la legge islamica vieta finache l’atto di baciarsi. Abbas Kiarostami mi ha detto che lui non sente alcun bisogno o desiderio di mostrare un bacio. E’ roba che va bene per Hollywood: “Insomma ha mai visto o sperimentato un bacio così? Non c’è mai una visione ravvicinata, grandangolare del bacio, perché quando baci gli occhi sono chiusi” Il problema è che a me gli occhi piace aprirli bene ed ogni volta che lo faccio, per sbirciare di soppiatto, non vista, il volto di chi bacio, con grande stupore, lo trovo mutato. Così mi sono sempre chiesta in che modo cambi il mio. Ma non potrò mai saperlo, perché nessuno lo saprà mai, se non chi mi bacia. Apro e chiudo gli occhi di continuo, per una frazione di secondo, per guardare se anche chi bacio ha gli occhi aperti. Ma in verità preferisco l’ebbrezza di non essere guardata, sono io la spia".

Lila Azam Zanganeh, giornalista e scrittrice iraniana

La descrizione del bacio è eterna, perché ad ogni latitudine del tempo ha provocato sempre le medesime emozioni. Non conta nulla dunque, se non il bacio. Ce lo ricorda anche Catullo, che con la sua dolcezza libera il bacio anche dalle ristrettezze che sono dentro alle personali scelte sessuali, donandogli l’universalità e l'eternità che è insita nella sua stessa natura.

Dammi mille baci

di C. Valerio Catullo, Carme V

Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)


Molto più spesso il bacio è nostalgia, per l’ultimo mai dato o per il primo che mai è stato dato o concesso. Belle le parole di Carmen Consoli, nel suo “Ultimo bacio” che meglio di me, con la sua poesia, descrive la bellezza nella sofferenza dell’ultimo saluto. Più belle ancora le parole di Jovanotti, un grandissimo, con la sua “Baciami ancora”, che racchiude ottimismo e nostalgia, sicuramente eternità.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo
un'impresa impossibile
l'invenzione di un sogno
una vita in un giorno
una tenda al di là della duna
Un pianeta in un sasso, l'infinito in un passo

il riflesso di un sole sull'onda di un fiume
son tornate le lucciole a Roma
nei parchi del centro l'estate profuma.
Una mamma, un amante, una figlia

un impegno, una volta una nuvola scura
un magnete sul frigo, un quaderno di appunti
una casa, un aereo che vola.
Baciami ancora…

Baciami ancora…
Tutto il resto è un rumore lontano

una stella che esplode ai confini del cielo.
Baciami ancora…

Baciami ancora…
Voglio stare con te

inseguire con te
tutte le onde del nostro destino.
Una bimba che danza, un cielo, una stanza

una strada, un lavoro, una scuola
un pensiero che sfugge
una luce che sfiora
una fiamma che incendia l'aurora.
Un errore perfetto, un diamante, un difetto

uno strappo che non si ricuce.
Un respiro profondo per non impazzire

una semplice storia d'amore.
Un pirata, un soldato, un dio da tradire

e l'occasione che non hai mai incontrato.
La tua vera natura, la giustizia del mondo

che punisce chi ha le ali e non vola.
Baciami ancora

Baciami ancora
Tutto il resto è un rumore lontano

una stella che esplode ai confini del cielo.
Baciami ancora

Baciami ancora
Voglio stare con te

invecchiare con te
stare soli io e te sulla luna.
Coincidenze, destino,

un gigante, un bambino
che gioca con l'arco e le frecce
che colpisce e poi scappa
un tesoro, una mappa,
l'amore che detta ogni legge
per provare a vedere
che c'è laggiù in fondo
dove sembra impossibile stare da soli
a guardarsi negli occhi
a riempire gli specchi
con i nostri riflessi migliori
Baciami ancora

Baciami ancora
Voglio stare con te

inseguire con te
tutte le onde del nostro destino.
Baciami ancora

Baciami ancora
Baciami ancora
Baciami ancora

lunedì, maggio 14

Guerrino & Lucy, che Iddio ti accompagni sempre


Guerrino Martinelli fino a ieri non lo conosceva quasi nessuno, neppure io, in tutta sincerità. Lo hanno trovato morto vicino Valencia, con la sua bici vicino. La chiamava Lucy. Stava realizzando il suo sogno, girare l’Europa su due ruote, passando sui pedali gli anni che qualcuno definirebbe della “terza età”. Non esiste una morte bella oppure brutta, esiste solo la morte, alla quale ciascuno di noi attribuisce i significati che più sono vicini alla sua anima. Guerrino scriveva gli appunti dei suoi viaggi in un blog dal quale familiari ed amici lo seguivano.

“Mi chiamo Guerrino Martinelli e per la quinta volta ho deciso di recarmi in pellegrinaggio a Santiago de Compostela e ... (dove mi porta il cuore), partendo da Borgo Roma-Verona in bicicletta”. Questo l’inizio del suo racconto dei viaggi che faceva rincorrendo la bellezza dell’anima, cercando ciò che neppure lui sapeva di cercare, ma che era sicuro che avrebbe trovato. Una frase molto contorta, ma che può rendere l’idea. Il suo amato blog lo trovate su www.manfrinroberto.it/guerrino. Questo scriveva negli ultimi due giorni. “08/05/2012: Sono partito in tutto relax alle 9.00 sono arrivato a Valencia alle 11.00 e dopo aver girovagato un po' per la città ho incominciato a cercare l'ostello volevano 40€, allora sono andato verso il porto e ho trovato per 20€ ed erano le 13.00, km. 38. Tutto bene e che Iddio ci accompagni sempre. 09/05/2012: Partito alle 7.00 con bel tempo, sono arrivato a Benidorm alle 15.30, km. 131. Sono in un Hostal. Tutto bene e che Iddio ci protegga sempre”.

Adesso sarai ancora sulla tua Lucy che pedalerai, Guerrino. Sicuramente Dio o chi per Lui non ti priverebbe mai della tua macchina dei sogni. Ciao Guerrino, amico che non ho mai conosciuto, che Iddio ti accompagni sempre, se posso prendere in prestito le tue parole.

Altre notizie potrete trovarle sul Corriere della Sera

La foto di Guerrino, tratta dal suo blog www.manfrinroberto.it/guerrino

venerdì, maggio 4

Tre parole con Wislawa Szymborska

Non c’è cosa al mondo che possa arrivare senza che il suo passaggio sia legato a qualcosa che l’ha preceduta o che al contrario sia precorritrice di qualcosa che deve ancora manifestarsi. Proprio ieri sera mi è capitato di avere fra le mani una poesia di Wislawa Szymborska, grande poetessa polacca. Oggi ho passato la pausa pranzo in modo speciale, visto che mi sono concesso di mangiare un panino in un prato, seduto su una coperta alla quale tengo molto, anche se solo oggi me ne sono reso conto. Come scritto altre volte, i colori della primavera sono unici, così come i profumi che sono nell’aria. Mentre guardavo come uno scemo il prato, mi è tornata in mente proprio la poesia di Wislawa che avevo letto ieri sera. Per alcuni aspetti è legata agli attimi speciali che si vivono, ma che solo quando si ripensano assumono la loro vera forma. Spesso tutto diventa nostalgia, proprio perché essendo attimi di passaggio sono automaticamente irripetibili e brevissimi. Può sembrare un poco malinconico quello che oggi scrivo, ma non è così. E’ l’esatto opposto. Una delle cose più difficili della vita, almeno per me, è apprezzare i momenti di vera felicità. Specialmente in passato molte volte mi fermavo a pensare: “Ora sono felice” e come per magia spariva ogni emozione. Alle volte la felicità è fragile come una bolla di sapone, guai a toccarla. Con il passare del tempo ho cambiato, forse in peggio, il mio modo di essere. Sicuramente cambierò ancora molte volte e mi auguro che non si interrompa mai la voglia di cambiare che ho, sperando di dare sempre un senso alle “Tre parole” di Wislawa Szymborska.

Sotto la bella poesia ed una bella immagine poetessa polaca. 
Per chi volesse sapere di più su di lei: http://it.wikipedia.org/wiki/Wislawa_Szymborska


Tre parole
Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualcosa che non entra in alcun nulla.