venerdì, agosto 3

Tappa 5 - Dalla Cisa alla costa con incontri bellissimi

E anche la Cisa è passata, adesso rimane solo una parte di Toscana da fare. Non è poco, visto che come direbbe il mio amico Stefano, la nostra regione è lunga, larga e anche al di là del mare. Oggi sono arrivato in Versilia, con una piccola deviazione da Sarzana per arrivare a toccare il mare a Marina di Carrara. Adesso sono dentro la tendina in campeggio, pc sulle gambe assieme ai 118 km percorsi in qualcosa in più di otto ore pedalate oggi con un bel dislivello nel mezzo. E’ stata proprio una bella traversata, che mi ha consentito di vedere posti nuovi e di conoscere persone molto belle. Ho iniziato con un piccolo guasto tecnico a Fornovo. Mentre provavo la bici (cosa da fare sempre prima di partire), mi è uscita la catena e si è incastrata nel deragliatore della moltiplica. Che bellezza! Cinque minuti e le mani nere come quelle del Rosso dei Pispini (bravissimo meccanico) e sono stato in grado di ripartire. Una donnina mi ha guardato senza dire parola. Avrà avuto più di ottanta anni e sarebbe stato fenomenale se mi avesse chiesto: “Serve una mano?”, la mia autostima sarebbe calata sotto zero. Non ho capito cosa facesse, senza fare nulla, su una panchina a Fornovo di Taro la mattina alle sette. Mah, forse prendeva il fresco, sicuramente faceva un bel pacco di cavoli suoi!  La bici è ok, dunque ripartiamo. Le pendici dell’Appennino sono veramente belle di buon ora. Unico difetto il “profumo” di maiali che arriva fin quassù. Forse sarà stata la vendetta del post di ieri, palesemente anti maiali padani, ma per almeno due ore il loro olezzo mi ha seguito. Solo a quel punto (erano finiti i campi ed iniziavano i castagni) ho capito che non era una specie di maledizione di Montezzuma a perseguitarmi, ma bensì era il loro letame usato come concime. Grande Lello, ci sono volute due ore per capirlo. Potevo fare meglio, forse. La strada che porta alla Cisa da Fornovo (passando per le strade francigene) è circa 40 km, quasi tutti in dolce salita con qualche piccola discesa giusto per spulire le gambe. Il primo incontro molto bello è stato con una coppia sulla settantina. Erano due camminatori sulla Francigena ed in salita (molto ripida), andavano quanto me in bici (vi ricordo che non sono atleta ma impiegato buzzicone). Al termine è stato inevitabile conoscersi, direi con piacere. Si chiamano Paolo e Carla ed hanno insegnato fino a qualche anno fa all’Università di Bologna. Da qualche tempo hanno deciso di girare tutte le estati a piedi per l’Europa, mentre d’inverno si limitano a fare i nonni arzilli con i nipoti. Hanno camminato verso Santiago ed anche sul Cammino del Nord, sempre in Spagna, poi i fari della Francia e le coste inglesi. Abbiamo parlato quasi mezz’ora, complice anche una fontanina naturale di acqua freschissima, che alle 10 con più di 30 gradi fa sempre piacere. Arrivato al paesino di Cassio ho trovato un gruppo di Borgomanero che faceva la Francigena in bici. Hanno il pulmino al seguito ed arriveranno a Siena martedì, hanno detto. Non avendo le borse, hanno provato al alzare la mia bici... per vedere l’effetto che fa (Jannacci cit.), ma i 40 kg della “creatura” si spostano male! Mi hanno chiesto quanto ero “atleta serio”. La risposta è stata ovvia: “Fin quando non arrivo a tavola sono perfetto!”. Ci siamo fatti una bella risata e quindi abbiamo parlato di basket, visto che un paio di loro erano grandi appassionati. La pallacanestro mi porterebbe via giornate intere di parole, meglio ripartire, al Passo della Cisa c’era ancora due ore di pedalata. Al passo sono arrivati anche loro, proprio mentre stavo mangiando un panino con il prosciutto. Loro hanno preferito la polenta! E bravi!. Al passo ho conosciuto una persona fantastica. Era con la moglie e la figlia. Si chiama Pierre ed è francese, pur parlando benissimo l’italiano. Gli ho chiesto di farmi una foto e da lì è partita la nostra piccola amicizia di più di mezz’ora. Pierre è un imprenditore edile, che per sua fortuna non sta sentendo la crisi. Vive a Parigi ed ha rilevato l’azienda da suo padre, morto proprio in un cantiere, per un errore di un suo collaboratore, che peraltro lavora ancora con Pierre. Le sue mani erano quelle di chi sta poco in ufficio e molto in cantiere. “Mio padre mi ha sempre detto che non avrei mai potuto dirigere l’azienda se prima non fossi stato un bravo muratore”, ha sottolineato Pierre. Adesso stava girando l’Italia in modo lento. Passerà anche lui da Siena, ma non sapeva quando. Forse prenderemo un caffè insieme. Per lui era importante conoscere le persone, oltre ai monumenti, condividere anche la cultura della sua moglie, italiana di Roma. In questi casi il tempo è sempre tiranno e presto sono dovuto ripartire verso la valle. Dopo circa 300 metri sono tornato indietro. Volevo andare a vedere la piccola chiesetta sul passo, sentivo che dovevo farlo. C’era da vedere la maglia rosa di Adorni del 1965. Entrato dentro mi hanno però colpito altre due piccole cose. Per prima la foto di Papa Wojtila, un uomo (un Santo per i credenti), venerato ovunque nel mondo, poi un piccolo biglietto lasciato da una mamma, che chiedeva salute per suo figlio. Era veramente toccante nella sua semplicità. Ma torniamo alla discesa dalla Cisa. I panorami sono veramente belli, anche se gli altissimi alberi li nascondono molto bene. In discesa mi ha chiamato il mio amico Sandro, che aveva letto questi nostri racconti. Mi ha fatto piacere sentirlo. Adesso come detto sono a Marina di Carrara. Per non entrare nelle grinfie degli albergatori mi sono fermato in campeggio con la tenda, ma sorpresona… ben 32 euri per la semplice piazzola! Poi dice che c’è la crisi… Per forza! Ancora arrabbiato per il salasso sono andato a farmi la doccia, dopo aver montato la tenda, non senza difficoltà. Al primo “rocchio” l’acqua era tiepida e mi sono insaponato alla grande. Al momento di sciacquarmi l’acqua era sempre più fredda e non c’era neppure la regolazione. Avevo scelto da doccia fredda! Per cinque minuti di risciacqui ho patito un freddo cane. L’unica consolazione era maledire quel brutto ceffo che era alla reception, che alla domanda: “32 Euroni? Ma no le sembra un poco troppo?”, la risposta è stata disarmante: “Noi facciamo così, prendere o lasciare”. E bravo il reuccio del campeggio! Non ci rivedremo più, sicuro! Ora sono dentro la mia tenda da bici, nel senso che piegata la posso portare sopra le borse sul portapacchi. Mi sono fatto alcune grandi certezze passeggiando per il camping. Gli italiani non sono un popolo di santi e di navigatori ma di ingegneri campeggiatori! L’unica tenda con qualche piega nel telo e la mia. Le altre sembrano perfette, addirittura sembrano dei mini appartamenti! Frequento i campeggi solo in caso di necessità, ma veramente ti fanno uscire complessato dalla passeggiata pre cena! Nel frattempo ho comperato due etti di prosciutto, ciaccino, pane ed un birrone e prima che si freddi e bene che inizi il fiero pasto. Per dolce avrò una specie di vasetto di Ovomaltina, quelli tipo la Nutella o le marmellatine degli alberghi. Lo avevo cortesemente fregato in Svizzera, senza commettere reato, visto che era una colazione a buffet. Mangiare dopo tre giorni la refurtiva svizzera è una specie di rivincita sociale, tipo Nino Manfredi in “Caffè express” quando segna l’Italia ed esulta nel bar svizzero. Peraltro di Ovomaltina tascabili ne avevo fregate due e la prima era sublime! Domani vorrei arrivare vicino a Siena, ad una settantina, ottanta chilometri per poter essere a pranzo nella mia citta. Mi manca la mia famiglia, la mia nipote Costanza (mi deve raccontare del nuovo skateboard) ed ovviamente la mia compagna Karina, oltre a tutti i miei amici. Chissà come staranno le piante di pomodori? Saranno maturi? E Michelle, il quadrupede di Karina, avrà sofferto tanto il caldo? Ecco questa è una delle domande a cui vorrei presto avere una risposta. Un abbraccio a tutti!

Ps. Come sempre non rileggo nulla, perdonatemi gli errori!

Le foto di oggi sono Lellone alla Cisa e Lellone con il gruppone di Borgomanero.
































La canzone di oggi è "Immgine” di John Lennon. L’ho canticchiata spesso oggi.


Imagine

Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today...
Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace...
You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world...
You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one
Immagina
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente...
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
condividere il mondo intero...
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno.



giovedì, agosto 2

Tappa 4 - La foto di Mario ed il barcarolo che non c'è

Oggi seconda mega scorpacciata di chilometri, giusto per arrivare sotto la Cisa: da Mortara a Fornovo di Taro, 166 km in quasi nove ore sui pedali, più le soste, con un caldo infernale e le forze arrivate veramente alla fine. Si fanno sentire le borse e la bici, quasi 35-40 chili da portare da Losanna a Siena, oltre ai 95 chili miei, s’intende. Domani mi attende la Cisa e dovrà essere un venerdì da leone, visto che la salita è impegnativa: oltre 40 km per arrivare al passo. Speriamo bene… Ma veniamo ad oggi, altrimenti mi intristisco anche io! Tanto per iniziare, partenza di buon ora. Già poco dopo le 7 ho lasciato Mortara, che ad iniziare dal nome ha veramente poche cose belle per cui starci dieci minuti in più. Colazione con le paste (ex) surgelate ed il solito caffè macchiato bollente che rovina la giornata sul nascere. Ma proprio non sono capaci a farlo semplicemente caldo, non terribilmente bollente, visto che già alle 7 c’erano quasi 30 gradi! E vabbé, andiamo avanti. Prenderò un altro bel caffè a Pavia. Oggi ho fatto molte strade provinciali per macinare più chilometri e francamente non ho idea di quante centinaia di tir mi abbiano superato. In uno c’erano anche i classici maiali ed uno, forse a causa della ciofeca di caffè, mi è sembrato che mi guardasse storto, come se gli sembrasse strano vedere un ciclostrullo sulla provinciale Mortara-Pavia. Nessun problema, amico mio, ci rivedremo alla Coop delle Grondaie fra qualche tempo. Io non avrò la bici e tu sarai un cacciatorino, forse. La strada è tutta diritta ed attraversa Garlasco ed altri paesoni. Arrivato a Pavia ovvia la foto di rito al Ponte Coperto, appena arrivato, quindi due parole con Cristiana ad Antenna Radio Esse. Poi, come minacciato dentro di me alle 7, mi sono regalato un bel caffè in Piazza Duomo. La barrista era di quelle di qualità assoluta e non volevo rovinarmi questa immagine con il solito caffè macchiato bollente. “Un caffè, per favore”. “Con latte”, mi chiede lei? “Assolutamente no”, le ho risposto e subito mi sorriso. Non credo che ha sorriso perché gli piacevo, ma forse era perché lavorava un poco meno! Per fare il macho l’ho bevuto anche amaro, così ha capito che sono un uomo tosto, almeno con il caffè! Non ho  mai capito questo strano collegamento caffè – amaro – uomo – con – le – palle, ma così è se vi pare, avrebbero detto in teatro. All’uscita mi dovevo fare la foto di  rito e credo di aver incontrato il pavese più timido che ci sia. Un sessantenne, circa, con una bici in mano mentre guardava con sguardo ascetico il Duomo. Immediatamente mi ha detto che non gli riescono le foto, che non gli erano mai riuscite. Prima di trasformarmi in Freud ed iniziare un percorso di psicanalisi al timido pavese l’ho interrotto: “Pigi solo questo tasto”, gli ho detto in modo perentorio. Ha eseguito come un soldatino e la cosa ottima e che la foto è anche riuscita benino. “E’ venuta sicuramente male”, ha detto subito, ma quando l’ha vista ha sorriso come un bambino. Eravamo diventati già grandi amici e siamo passati al tu in due minuti! Aveva fatto una foto bella! Si chiama Mario, il pavese intendo, e subito dopo avermi fatto le domande di rito, del tipo.. dove cazzo vai, ma chi te lo fa fare etc, mi voleva portare in un'altra chiesa, poi a farmi vedere un convento, che secondo lui era imperdibile. Eccoci qua, ho staccato la cialda e sono ripartito, ma prima non ha lesinato un ultima raccomandazione, il mio nuovo grande amico: “Attento alle zanzare, qua sono terribili”. Un grande! Mi passano i tir a mezzo metro, auto e moto ovunque ed il pericolo sono le zanzare! Non è che abbia torto, ma nella vita ci possono essere altre priorità. Comunque è una brava persona, Mario, ed anche simpatico. Mi ha salutato con la mano, anche se non ero stato a vedere l’altra chiesa ed il convento. Chissà, forse era una specie di Perpetua del parroco del posto. Scuramente secondo me è cresciuto traumatizzato, di quelli che la mamma, nel pieno dell’affetto da piccolo gli diceva in continuazione: “Sei sfortunato e non sai fare nulla, se ti metti a fare i cappelli nasce la gente senza testa”, un classico, magari in dialetto lombardo, immaginatelo anche senza google translator. Ce lo vedevo proprio il grande Mario, senza cappello ed a testa bassa davanti a questa reprimenda di mammina. Ma ripartiamo, direzione Orio Litta, con la provinciale ed i soliti tir che mi hanno fatto fumare tre pacchetti di Nazionali senza filtro, oltre a farmi prendere qualche paura. Credo che gli autisti a questo punto abbiano almeno tre foto, quella immancabile di Padre Pio, quella altrettanto immancabile di Belen o una di Sabina Ciuffini d’annata e da qualche giorno anche la mia, con scritto sotto “Scansatelo, è un bravo ragazzo”. Immaginavo che si parlassero anche dal baracchino: “Da Cobra ticinese a Vampiro croato, c’è uno strullo in bici, sembra di Siena, con una maglia gialla che è nella corsia d’emergenza, fate attenzione”. Difficile passare nove ore in bici, vero? Dopo il primo giorno di provinciali, per non pensare ai tir, immaginavo a cosa avrei fatto in caso di vincita al Superenalotto, quanti amici avrei fatto star bene a dovere. Le stronzate che si pensano ben sapendo che non accadranno mai, insomma. Una cosa strana che accomuna tutti questi paesotti e che fuori dal cimitero c’è sempre la pubblicità delle pompe funebri. Del tipo… sei stato ad un funerale e non ti è piaciuto? Al prossimo ci penso io, chiamami. Ovviamente mi sono “grattato a carne” a questo pensiero ed ho pensato a quanto era stato lungimirante l’impresario funebre di Siena che aveva lasciato parcheggiata la macchina (mi sembra una Panda), con la pubblicità fuori dalle stanze anatomiche alle Scotte. E’ lì che si fa business! Non fuori dai cimiteri, lì è troppo tardi, dovete essere più tempestivi. Passato Orio Litta mi sono diretto verso Piacenza. Mi ero veramente rotto le palle dei tir che mi passavano mezzo metro ed altri che mi sorpassavano  parlando al cellulare. Ho deciso di prendere la quasi ciclabile sulle rive del Po, volevo attraversare il fiume in grande stile. Nella guida c’era addirittura scritto che si poteva traversare il fiume con il barcarolo, se disponibile. Mi sono recato al piccolo molo, ma del barcarolo non c’era neppure l’ombra. Erano le 12.30 con 39 gradi e forse era con la sua barcarola a fare pranzo. Ho evitato di chiamare il numero che c’era scritto di chiamare, ma solo in caso di urgenza, tipo uno straripamento del fiume, perché di traghettare la gente mi sembra che non ne avesse molta voglia. Non c’era anima viva, neppure la barca. Mi sono consolato con qualche foto, respingendo le idee del mio amico Roberto che via sms mi invitava al guado, “Tanto il Po è in secca”, diceva. Comunque sono venute delle gran belle immagini in queste terre, una specie di “mesetas” della Francigena, il tutto proseguendo nella lunga strada a sterro che porta a San Rocco al Porto. Già dal nome si capiva che da lì si traversava alla grande, altrimenti lo avrebbero chiamato San Rocco a Pilli come noi! Ovviamente nisba, anzi la strada a sterro dopo una decina di chilometri è terminata e mi ha immesso nella solita provinciale trafficatissima, con due camionisti fermi che mi hanno guardato. Ho immaginato che uno abbia detto all’altro: “Guarda è quello di cui da tre giorni tutti parlano al baracchino!”. In poche parole ho attraversato il Po sulla tangenziale alle porte di Piacenza, con i tir e le signore al volante che parlano in fase di sorpasso al cellulare. E vabbé… In ogni caso non mi sono fatto mancare un bel birrone ed una piadina a Piacenza. Bella città, ci mancherebbe, ma hanno dei ciottoli che fanno venire il tremito con la bici. Ma non erano meglio i classici Sanpietrini!?!? I locale era sulla strada e mi sono messo nell’angolo all’ombra, rigorosamente. Dopo poco sono arrivate due ragazze, una vicina al parto. Evito di raccontarvi la loro vita che ho ascoltato per mezz’ora, dopo tutto erano a mezzo metro e cosa cazzo dovevo fare, tapparmi gli orecchi? La cosa incredibile è che una, quella prossima a diventare per la seconda volta mamma (ha già una bambina) era espertissima di siti di vacanze low cost in giro per il mondo. Secondo lei riusciva a trovarne anche con l’80% di sconto in Africa o America latina o addirittura in mete tropicali! E che palle! L’altra ascoltava tutto ed aveva la faccia simile a Magda davanti a Furio in Bianco Rosso e Verdone. Però erano amiche e si vedeva. Quando hanno iniziato a parlare dei difetti del marito, francamente mi ero già annoiato. Caffè semplice, non macchiato, e come direbbe il mio amico Fabio: “A cavallo…”, si riparte direzione Fidenza, quindi Fornovo di Taro dove stanchissimo sono arrivato alle 18.30. Ora sono nel letto a scrivere ed aveva ragione Mario, ci sono tantissime zanzare anche qua! A proposito, da Biella in poi la Francigena è tracciata benissimo. E’ difficile perdersi, a parte l’uscita dalle città. Veramente bravi, chi ci halavorato!

Ps. Perdonatemi sgrammaticature ed errori, ma scrivo, non rileggo e pigio invio. Se c'è qualche cavolata di italiano, pazienza!


Ovviamente la foto fatta a Pavia è quella fatta dal grande Mario, l’altra è il molo senza barca e senza barcarolo.

















La canzone di oggi è “Piccola città” detta “Fra la via Emilia e il west” del grande Guccini, che non poteva mancare in questo mio ricordo.

Piccola città
Di Francesco Guccini

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano...

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l' odore del dopoguerra...

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West...

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via...

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l'oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finché non finirà...

mercoledì, agosto 1

Tappa 3 - Tre regioni, tre panorami, tre popoli


Oggi ho pedalato  il primo dei due tapponi di tanti chilometri  necessari per arrivare in tempo a Siena con la conclusione delle ferie. Da Aosta a Mortara, quasi 156 km con tre regioni toccate: Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia, tre popoli diversi fra di loro, tre panorami completamente agli antipodi. E’ questo il bello del viaggio. Per fortuna non ci sono state salite da affrontare e tutto sommato sono arrivato stanco ma moderatamente vivo. Prima notizia, dall'ingresso in Piemonte, provincia di Biella, sono moltissimi i cartelli della Francigena che si incontrano. La giornata era iniziata alla grande con tre paste tre mangiate ad Aosta. E’ uno degli aspetti magici della bici: puoi mangiare quanto vuoi senza rimorsi. Particolarmente buone le due con pezzetti di mela dentro, ma anche quella alla crema era tutt’altro che da buttare. Nota meno lieta il caffè macchiato, di fatto un cappuccino bollente e quasi imbevibile. E vabbé, non si può avere tutto, anche perché la ragazza del bar era di “qualità” ed una ciofeca di caffè gli si può perdonare... A seguire ho fatto una rapida visita ad Aosta e francamente mi ha sorpreso per la sua bellezza, fatta di tanti ruderi romani. In particolare la grande porta è da vedere alla grande. Ma andiamo avanti. Per trovare la ciclabile lungo la Dora Baltea (nella foto) mi ci è voluto un poco di tempo, anche perché nel frattempo mi aveva chiamato Alessandro Pagliai di Antenna Radio Esse e mi ero un poco distratto. Poco male, però. La strada è francamente molto bella e per una decina di chilometri si snoda per la valle che porta a St. Vincent, quindi a Ivrea. A quel punto mi sono scontrato contro la talebana che ha esteso la guida che seguo. Per  non farti fare dieci metri di una provinciale poco trafficata ti fa andare su strade a sterro, campi quasi infangati anche in tempo  di siccità (qui annaffiano sempre) e così via. Bene che vada ti becchi zanzare o altri insetti che gozzovigliano e ingrassano sulla schiena delle tante mucche. Male che vada ti ritrovi faccia a faccia con qualcuno dei tori che in Val d’Aosta abbondano, manco si fosse in Andalusia. La peggior cosa è che ti becchi il contadino, fresco di colazione con lardo e vino, sicuro che gli volevi fregare le albicocche oramai mature. Sicuramente si rischia di prendere viottoli che ti sfasciano mezza bici e rimanere a piedi in un colle sulla Dora Baltea non è proprio il modo più bello di iniziare la giornata. Si deve sempre leggere in modo critico le guide, ha ragione il mio amico Fabio, che ne ha scritte delle ottime. Sono come i gps per auto: non hanno sempre ragione solo perché noi siamo uomini fallaci e lui un gps perfetto. Pian pianino sono arrivato a St. Vincent, la Montecatini del nord, con in più il Casinò, che notoriamente è una bella calamita di… un po’ di tutto, diciamo così. Sono passato abbastanza presto e di allegre pulzelle in giro c’erano poche, diciamo nessuna. Tranquilli, la prostata pressata da tre giorni di bici mi rende come il bambolotto Ciccio Bello: piatto. Non mancavano però gli anziani a fare due passi “con il fresco”. Un caffè me lo sono concesso in un bar vip. Un euro speso alla grande, visto che era decisamente buono. Pian pianino i monti sono diventati dolci colli, appena entrato in Piemonte. Mi è tornata alla mente la descrizione dei campanili fatta da Padre Enzo Bianchi della comunità di Bose nel suo libro “Il pane di ieri”. Me lo avevano regalato Ines e  Roberto nel Natale 2008 e l’ho riletto poche settimane fa. Per il sacerdote i tanti campanili dei fondo valle piemontesi erano magici, negli anni cinquanta, un mezzo di comunicazione perfetto. Se le campane suonavano la notte significava che c’era un allarme meteo di qualche tipo. I rintocchi durante il giorno, a festa o a lutto, sintetizzavano il procedere delle cose belle e dei lutti della vita. Oggi nessun sms, Facebook o Twitter riuscirebbe a comunicare altrettanto bene, in tempo reale ed a tutti, al netto di chi ha il sonno pesantissimo, ma in quel caso neppure il bip dell’sms lo avrebbe tolto dalle poderose (per lui) braccia di Morfeo. Ho osservato molto i campanili, così come il meraviglioso castello di Bard, ultimo baluardo, maestoso, nel punto più alto della valle che porta in fondo, dopo qualche decina di chilometri, alla pianura. E’ stato questo il terzo panorama di oggi. Prima grano turco, tanto, poi le risaie del vercellese, veramente tantissime. Prima un pranzo veloce in un bar lungo la strada. Mi piaceva il nome “Io e te” e mai scelta fu migliore. Ovviamente ci ho passato quasi un’ora, con una bella chiacchierata chilometrica con i due proprietari, una coppia sulla sessantina. Lei aveva dei lineamenti bellissimi che lasciavano capire che qualche decina di anni fa doveva essere un fenomeno di bellezza. Adesso gestisce con il cuore il piccolo bar con ristorazione di qualità insieme al marito, ma soprattutto pensa ai nipoti. La figlia aveva preso un colpo di sole e prima di andare via mi ha chiesto come poterli prevenire. Mi sopravvalutava forse, ma risposta è stata perfetta: “Le dica di stare più all’ombra!”. Mi sono sentito molto medico di campagna! Lui è stato in Svizzera a lavorare per 25 anni e mi ha chiesto che idea mi ero fatto dello stato bianco e rosso. Da lì a parlare dell’Italia c’è voluto due minuti. Era arrabbiatissimo. Ha avuto un’espressione diversa quando ha parlato dell’Olivetti che adesso non c’è più, della Fiat che nessuno sa cosa farà in futuro, dell’economia che sta crollando. Era deluso, soprattutto per il futuro della figlia ed i nipoti. Uno era in bottega e melo ha presentato. Ovviamente di tutto questo non importa nulla a nessuno. Avete ragione, passo oltre. Due le cose che mi hanno colpito nei chilometri successivi. La prima non poteva che essere il grande monumento a Palestro, a memoria imperitura della battaglia, tanto sanguinosa, quanto importante per l’Italia. L’altra cosa speciale è stata una fontanina di acqua freschissima trovata casualmente in messo alle risaie, con annesso un vecchio ospedale piccolissimo, una chiesa ed una grotta con immagini sacre. Secondo me doveva essere una sorgente naturale, visto che l’acqua scorreva abbondante e senza rubinetto. C’era vicino un signore, che appena mi ha visto ha subito detto: “E’ buona, bevi, ne hai bisogno”. Era veramente fresca e buona e ne ho approfittato anche per una specie di doccia! Ha riso ed è andato via, questo signore, ma non si è minimamente scossa la folta comunità d gatti che vive vicino alla fontanella. Adesso è già tardi e ripensandoci niente è degno di citazione fino a Mortara. Ah, ho visto anche il cartello dell’azienda del Riso Gallo! E sticazzi! Andiamo a letto, è meglio, domani vorrei arrivare a Fidenza, fatica permettendo.
















La canzone di oggi è "Blowing in the wind" di Bob Dylan. Sono stato sette ore sui pedali oggi ed ho pensato molto.

Blowing in the wind
Bob Dylan
“How many roads must a man walk down
before you can call him a man
yes ‘n how many seas must a white dove sail
before she sleeps in the sand
yes and how many times must the cannonballs fly
before they’re forever banned
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind
yes and how many years can a mountain exist
before it is washed to the sea
yes and how many years can some people exist
before they’re allowed to be free
yes and how many times can a man turn his head
and pretend that he just doesn’t see
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind
yes and how many times must a man look up
before he can see the sky
yes and how many ears must one man have
before he can hear people cry
yes and how many deaths will it take till he knows
that too many people have died
the answer my friend is blowing in the wind
the answer is blowing in the wind”.
Traduzione.
“Soffia nel vento
Quante strade deve percorrere un uomo
prima di poterlo chiamare un uomo
e quanti mari deve navigare una bianca colomba
prima di dormire sulla sabbia
e quante volte debbono volare le palle di cannone
prima di essere proibite per sempre
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento
e quanti anni può una montagna esistere
prima di essere spazzata verso il mare
e quanti anni possono gli uomini esistere
prima di essere lasciati liberi
e quante volte può un uomo volgere il capo
e fare finta di non vedere
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento
e quante volte deve un uomo guardare in alto
prima di poter vedere il cielo
e quanti orecchi deve un uomo avere
prima di poter sentire gli altri che piangono
e quante morti ci vorranno prima che lui sappia
che troppi sono morti
la risposta amico soffia nel vento
la risposta soffia nel vento”.

martedì, luglio 31

Francigena - Tappa 2 - L'acqua fresca del Gran San Bernardo

Con tanta fatica sono arrivato ad Aosta. Sono un poco stanchino (Forrest Gump cit. su suggerimento del mio amico Mauro). L’ascesa da Bax al Gran San Bernardo è durata sei ore e quaranta minuti, più le pause. Quasi 2000 metri di dislivello con 35 kg circa fra bici e borse che hanno creato un bel mix di fatica. Mi ha “protetto” la maglia di Michele, quella gialla delle grandi occasioni. Sono molto sensibile all’amicizia e Michele è una delle persone migliori che conosca, oltre ad essere un amico speciale. Adesso sono arrivato ad Aosta e tutta la fatica è già diventata una dolce nostalgia. Ho fatto tesoro anche dei consigli del mio amico Sandro, grande preparatore ed iron man! I bravi maestri non sono quelli che sanno più cose, ma coloro che sanno meglio trasmettere agli altri i concetti e stimolare in chi ascolta la curiosità di approfondirli. Sandro è uno di questi bravi maestri, oltre ad essere molto competente nel suo lavoro. Gli chiesi una volta come gestisse “la testa” durante una grande prova fisica. Mi rispose in modo molto chiaro ed io ho rielaborato i suo piccoli insegnamenti. I primi 30 km, fino alla base del Gran San Bernardo mentalmente erano il riscaldamento, la seconda parte, quella fino alla fine della strada maestra, il momento in cui dovevo dare tutto. Gli ultimi 7 km, fatti di tornanti terribili dovevano essere solo adrenalina, di cui gli ultimi due solo cuore, gettando l’anima oltre l’ostacolo, cercando di trovare le energie ovunque. Le ho cercate e trovate nella bellezza e nella potenza della montagna. Ho cercato di cogliere la sua maestosità, la sue eternità ed è stato sublime. Non nascondo di aver avuto alcuni momenti di commozione. Il più “bello” è stato quando scurvato un tornante ho visto l’ospizio del San Bernardo, il passo. Ero arrivato, mancavano solo poche decine di metri. Sono stati tanti i pensieri che mi sono passati per la mente. Nelle prime ore ho pensato a quello che vedevo. Mi hanno colpito i tanti distributori di benzina che annesso hanno anche il dancing club, ovvero il locale dove si può trovare compagnia, notte tempo. Mi ha ricordato il libro di Coehlo “11 minuti” che descriveva bene la vita di tante ragazze emigrate inseguendo un sogno in Svizzera. Nel viaggio in treno ho passato tre ore vicino ad una ragazza domenicana. Aveva tre cellulari, due Blackberry (uno ancora con le copertine sullo schermo) ed un Iphone. Cosa c’entra? Poco, forse, ma per la prima volta mi era venuto in mente “11 minuti”. Al passaggio del controllore lei aveva detto che era la prima volta che andava in Svizzera. Non conosco il suo nome e sicuramente non la rivedrò mai più e non saprà mai che mi ha colpito nel suo essere semplice, nel parlare in spagnolo al cellulare, forse con qualche amica, poi rispondere in italiano al poliziotto. Forse mi sono fatto troppe idee su di lei, di sicuro un poco troppo i cavoli suoi. Ma dovevo pur passare tre ore di treno! Un’altra cosa che mi ha colpito sono le molte coltivazioni di frutta. Non sapevo che in Svizzera ci fossero così tante vigne e soprattutto alberi di albicocche. Ovviamente sono più piccole e meno gustose rispetto alle nostre, ma piacevoli al gusto, nel complesso. Ma torniamo ad oggi. Il San Bernardo è molto scorrevole come salita. Fatto con la bici da strada e senza bagagli al seguito è veramente super! Con i bagagli è diverso. Negli ultimi chilometri ho ripensato anche al passaggio sui Pirenei nel Cammino di Santiago, con un freddo terribile e tanta pioggia. Allora non sapevo cosa fare ed andai in confusione. Fu un ragazzo americano a “trovarmi” sul passo che porta a Roncisvalle. Caso ha voluto che anche questa volta abbia trovato unaltro ragazzo americano. Era con la bici da strada ed era stato “sgrattugiato” da una macchina che lo aveva fatto urtare contro il muro fatto di pietre. Aveva alcuni lividi e qualche piccola ferita, ma ha tirato fuori un sorriso speciale quando gli ho chiesto dove stava andando. Mi ha detto che avrebbe dormito da qualche parte da lì a qualche chilometro e che il giorno dopo avrebbe fatto un sentiero di montagna di sei chilometri con la bici in spalla, quindi sarebbe andato a trovare degli amici in un rifugio. Un grande. Nelle salita pensavo al ragazzo americano dei Pirenei e ne ho trovato un altro al passo. E’ stato bello. Tanti pensieri mi sono passati per la mente negli ultimi chilometri, mentre la stanchezza mi faceva fermare ogni tre o quattrocento metri. Ho pensato ad i miei amici, alla mia vita, alla mia famiglia, alla mia compagna, ai miei amici migliori, a Roberto, a Gaia, Stefano, Michele e tanti altri. Sono un uomo fortunato, perché dal loro pensiero ho trovato nuove energie. Pensare a loro non mi faceva sentire la fatica dei tornanti, o quantomeno la alleggeriva. Mi hanno protetto, tutti loro, con i loro pensieri, così come farei io per loro, senza se e senza ma. Ho pensato alla mia compagna Karina, una donna con le palle che ha cambiato la mia vita. Ho fatto tanti chilometri in treno, autobus e bici per vivere questi momenti. Solo quando sei allo stremo mentale ed immerso nellafatica, quasi annullato fisicamente, capisci cosa sei veramente e cosa vuoi da te stesso e della tua vita. E’ necessario perdere il bisogno di tutto ciò che è vita “normale”, per rimanere solo con i bisogni primari. Ad un certo punto ho finito l’acqua ed è stato un piacere speciale trovare una delle tantissime sorgenti spontanee che si incontrano lungo la strada. Acqua, semplice acqua fresca, la cosa più banale nella vita di tutti i giorni, la cosa più bella da trovare sulla salita del San Bernardo. Ma basta con queste cose strappa lacrime. Arrivato al passo mi sono fatto un regalone, nella forma di una bottiglia di birra (rossa s’intende) ed una bella fetta di crostata, ovviamente all’albicocca. Poi gli acquisti di rito, con due piccoli portachiavi con il cane  San Bernardo, da regalare a Karina ed a Costanza, mia nipote. Poi mi sono trasformato in Totò e Peppino e Milano. Mi sono messo il giacchetto antivento per affrontare la discesa. La temperatura non era così calda, come la neve ai bordi della valle ancora presente testimonia. Non ho messo i calzini sugli splendidi sandali da bici. Nei primi chilometri della discesa ho avuto la stessa sensazioni di quando d’inverno ,mentre siamo bene al calduccio sotto il piumone, causa movimento improvviso escono fuori i piedi e ci si sveglia di soprassalto per il freddo. Solo lo stimolo a fare la pipì limita l’incazzatura di essersi svegliati, ben coscienti che in ogni caso Morfeo sarebbe stato disturbato dalla imminente minzione. La sensazione di oggi è stata simile. Ma in fondo sentire freddo ai piedi il 31 luglio non è proprio semplice. E’ stato bello anche questo. E la via Francigena? Per il momento nessuna traccia, nessun cartello a segnalare la strada. Ma forse sarà solo presto e domani troverò i giusti segni di questo antico cammino. Vorrei arrivare a Verres, quindi dormire dalle parti di Ivrea. A domani, amici mie.

















La canzone di oggi non poteva essere che “La cura” del grande Battiato, ringraziando tutti gli amici e le persone speciali che con il loro semplice pensiero mi hanno protetto in questa giornata durissima.

La cura
di Franco Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te. 

lunedì, luglio 30

Francigena - Tappa 1 - Il Lago


Che bellezza la Svizzera! Tutte persone belle ed eleganti: perfino i brutti oggettivi si atteggiano da piacentoni. Losanna e Montreux sono due belle città, esattamente due belle città svizzere, con tanto di lago, qualche monumento e tanti edifici finanziari. E’ stato un caso che la bandana che avevo oggi era greca, benché oggettivamente, al di là delle colpe del popolo bianco e celeste, qualcuno ha speculato su di loro, proprio come stanno facendo sull’Italia adesso. Chissà se i soldi dei famosi “mercati” adesso stazionano in qualche banca della ridente nazione alpina. Ma veniamo a noi. Della Francigena neppure una piccola traccia. Evito anche di cercare i cartelli, visto che sicuramente non ci sono e non credo stiano pensando a metterli per il futuro. Si percepisce a pelle il senso di autosufficienza che hanno in questo stato. Le strade sono abbastanza pedalabili con le piste ciclabili con un metro e mezzo di asfalto ai bordi di ciascuna corsia. Non male, direi. Come prima tappa sono arrivato a Bax, dopo una sessantina di chilometri di pianura e qualche saliscendi. Poco da segnalare, oltre ai bellissimi negozi, le belle persone ed una ricchezza che si tocca con mano, almeno lungo il lago. Nelle periferie pullulano le aziende, molte legate all’edilizia. I piazzali delle imprese, a differenza dei nostri, sono pieni di auto e di camion in movimento. La crisi è un problema tutto italiano, ne sono sempre più convinto. Qua tutti parlano francese, solo gli immigrati masticano un poco di inglese, mentre gli indigeni, come i francesi, si rifiutano di parlare una qualsiasi lingua che non sia la loro. E’ una cosa che odio veramente della Francia e dei luoghi dove si parla francese. Oggi mi è capitata una fortuna, mi sono accorto che il gps non funziona. Non ho caricato le mappe e così mi devo orientare con le cartine, almeno fino alla Toscana. E’ stata una fortuna perché ho recuperato il senso “umano” del viaggio, poco tecnologico e fatto molto di rapporti umani, di indicazioni chieste lungo la strada ai passanti. Tutto sommato gli svizzeri sono abbastanza gentili. Oggi ho indossato la maglia che il mio amico Michele mi aveva regatato per il 40esimo compleanno. Non credo agli oggetti porta fortuna, ma questa maglia mi da serenità, perché sento il mio grande amico sulla pelle e questo mi piace. Mi piacciono poco invece i bagni dei treni svizzeri. Un autentico schifo, peggio dei treni italiani. In compenso passato il confine sono passati tre volte a controllare il biglietto, due volte i documenti ed una volta i finanzieri a chiedere se stavo esportando valori. Ma ho la faccia di quello che porta i soldi in Svizzera? Suvvia, svizzeri, lo sapete bene chi porta la moneta frusciante nelle vostre banche. Meglio la cena, parlando di cose serie: il classico birrone con un insalata tutt’altro che light, con due bei pezzi di feta, rigatino fritto e uovone al centro. Ovviamente il tutto bagnato con una birra da 0.50. Me lo meritavo. Domani è martedì e sarà un giorno difficilissimo. Per la prima volta salirò su un passo alpino con le borse sulla bici. I Pirenei me li ricordo ancora. Il tempo non si annuncia bellissimo. Darò il massimo, poi dove arrivo, arrivo… il Gran San Bernardo non è proprio il Montemaggio. Partirò da circa 400 metri ed il passo è oltre 2400. Speriamo bene…


















La canzone di oggi non può che essere "Uno su mille" di Gianni Morandi. Se non ce la farò ad arrivare in vetta mi sarà di consolazione!




Uno su mille
Gianni Morandi
Se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno sei finito
non ci credere
devi contare solo su di te
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
il passato non potrà
tornare uguale mai
forse meglio perché non tu che ne sai
non hai mai creduto in me
ma dovrai cambiare idea
la vita è come la marea
ti porta in secca o in alto mare
com'è la luna va.
Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi
ma ci puoi morire quand'è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno
sei finito non ci credere
finché non suona la campana vai.
Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita
tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi
ma ci puoi morire quand'è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno
sei finito non ci credere
finché non suona la campana vai.

Francigena, tappa zero. Nuovamente in viaggio, io e la mia bici.

Mi ricordo bene l’ultimo secondo che guardai il mare a Finisterre. Avevo appena terminato il Cammino di Santiago e voltandomi verso la terra ebbi la percezione che ogni metro che da lì in poi avrei fatto mi avrebbe riavvicinato a casa. Era stata un’esperienza così piena che decisi di fare l’ultimo tratto di pochi chilometri, da Santiago alla Galizia con l’autobus. Doveva infatti rimanere incompiuto il viaggio, affinché fossero fortissimi gli stimoli a tornare, per fare gli ultimi chilometri con la bici, al pari dei quasi ottocento precedenti. Ripensavo a questo momento stamani. Tornerò prima o poi sul Cammino di Santiago. Passando con l’autobus in via Nino Bixio alle sei c’era un sole rossissimo proprio dietro ai colli del Chianti. Un’alba incredibilmente bella. Non l’avevo mai guardata. Adesso sono nuovamente in viaggio, verso la Svizzera, direzione Losanna. Il treno mi sta portando lontano da casa, dai miei affetti, dai miei amici. Ogni metro che faccio mi allontana da tutti loro, da quello che sono, da una parte di me. Dovrei arrivare alle 15.40 circa, dopo quattro ore e mezzo di autobus e tre di treno, sperando che gli svizzeri siano puntuali. Da quel secondo ogni minuto che passerà mi riavvicinerà a casa. Cercherò di percorrere la via Francigena, passando il San Bernardo, Aosta e poi via, giù, verso il Piemonte, Emilia, Toscana. Sono poco allenato e non ho preparato nulla della logistica. Le borse le ho chiuse ieri sera. Ho solo le cartine e una guida  che mi condurrà in luoghi civili se mi dovessi perdere. Non so quando durerà questo viaggio, ma prima del Palio voglio e devo essere a Siena, ovviamente. Quando si viaggia, specialmente in bici, con la tenda ed i nostri pensieri, il tempo assume una “non dimensione”, non conta nulla, conta solo la terra che vedi, lo spazio che copri. Ci può volere un giorno oppure un minuto a fare un chilometro. Non importa, non si viaggia per fare la corsa contro il tempo, ma per apprezzare quello che c’è attorno a noi e da questa “bellezza” trarre la giusta energia che ci possa rendere migliori. Sarò da solo in questo lungo ritorno, o meglio sarò con la parte di me stesso che spesso trascuro, quella “non razionale”, quella alla quale non puoi dire bugie o fargli credere che sei diverso. Mi mancheranno sicuramente i miei affetti più cari, la famiglia, la mia compagna, gli amici ed anche il lavoro, che è anche questo una parte di me. Spero di tornare migliore da questo viaggio, spero di trovare tanta “bellezza” nelle terre e nelle persone che incontrerò e da tutto questo trarre energia positiva. Alle volte si pensa di essere talmente forti da possedere la terra, con tutto quello che contiene. C’è anche chi si trasforma in una figura ibrida, un supereroe  fra l’uomo Del Monte che osserva i suoi campi come un possidente del medioevo e Rocky Balboa quando all’alba sale le scale del palazzone ed alza le braccia al cielo come se tutto il mondo fosse in suo possesso. E’ una delle cazzate più grandi che si possa pensare. E’ infatti la terra a possedere noi ed è un dovere di ciascun uomo cercare, con la delicatezza dell’ospite pro-tempore, di cogliere gli aspetti più belli, i colori e tutta l’energia che la caratterizza e che raramente percepiamo. Adesso sono più tranquillo. Ieri sera ero stranamente nervoso, mi era presa un poca di paura. Farò la cosa giusta domani? Non è la solita cazzata? Dovrò stare molto attento. Come potevo non pensare a tutto questo. Proprio mentre questi pensieri mi affollavano la mente è arrivata la mia compagna Karina a salutarmi, anche se non era previsto, visto che ci eravamo salutati solo un ora prima. Ripensavo stamani al piacere che mi ha fatto. Ho pensato che quando hai brutti pensieri succede sempre qualcosa di bello. Adesso il treno sta viaggiando ancora e non so cosa troverò al mio arrivo. Ci saranno momenti di gioia, altri di paura e commozione, altri di felicità oppure di tristezza. Tutto questo sarà metaforicamente terra, fuoco, vento e acqua, gli elementi purificatori secondo gli antichi pellegrini nei cammini. Io sono molto meno: un 44enne un poco buzzicone, che ogni tanto fa qualche cosa di poco tradizionale. Ho scelto di fare tutto questo da solo, ma allo stesso tempo con tutti coloro che vorranno esserci. Chissà cosa accadrà. Una cosa però è certa. E’ importante permettere al destino di cambiare la nostra vita e di decidere ciò che è meglio per noi. Spero che “bellezza” che incontrerò possa indicarmi la giusta via, anche per caso.

Nella foto il Passo del Gran San Bernardo. 

La canzone di oggi è "Futura" di Lucio Dalla. Passerò fra qualche minuto dalla città dove ci ha lasciato.









Futura


Chissà, chissà, domani

su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare
e alzare la testa
non esser così seria, rimani
i russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
che si arriva alla luna,si la luna
ma non è bella come te questa luna
è una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco,più su
guida tu che sono stanco, più su
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
son sicuro che c'e' il sole
ma che sole è un cappello di ghiaccio
questo sole è una catena di ferro
senza amore, amore, amore, amore.
Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani.

giovedì, luglio 19

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza

Una delle ansie più vive in gran parte degli esseri umani è la ricerca della così detta “altra metà”. L’immaginario collettivo in questa definizione comprende il proprio completamento ideale, il gambo che sorregge il fiore, la radice che nutre l’albero. In poche parole è la ricerca di qualcosa di esogeno che diventi parte di noi stessi, che ci dia vita o semplicemente possa rendere migliore il quotidiano, come subordine accettabile. Tutto questo mi convince poco. Sono sempre stato dell’idea che sia impossibile stare bene con qualcun altro se prima non si sta bene con noi stessi. L’altra metà da conquistare, questa volta senza virgolette, è… l’altra metà di noi stessi, quella che magari abbiamo combattuto, odiato e amato, prima di accettarla con i suoi bianchi, ma anche tutti i neri. Per i più fortunati appare presto nella sua evidenza, ma per la stragrande maggioranza delle persone questa conoscenza non può che passare attraverso tanti cammini, infiniti sentieri, ciascuno dei quali farà scoprire una piega della propria anima, la sua bellezza, ma anche le sue ombre. Alle volte si parte per un viaggio, fisico o interiore, senza sapere cosa troveremo al di là delle “colonne d’Ercole” che cercheremo di superare, ma sappiamo che c’è qualcosa di importante che ci aspetta, una volta che saremo riusciti a togliersi di dosso tutti gli orpelli con i quali abbiamo “ornato” o “mascherato” la nostra metà sconosciuta. A questo proposito è letteralmente sublime la descrizione della “voglia di sapere” di Ulisse descritta dal sommo poeta Dante: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Ci sarebbe poco altro da aggiungere, tanto è perfetta questa sintesi, che raccoglie ogni tipo di viaggio che si possa immaginare. Sapere meglio "chi sono" è la molla che mi fa partire per ogni viaggio, sperando di arrivare all’ultimo secondo della mia vita sapendo che il secondo successivo potrò forse raggiungere la verità. Ho una compagna speciale al mio fianco, che alle volte mi anticipa ed altre mi segue nei cammini, ma comunque mai ne impone, se non come proposta di condivisione per conoscersi meglio insieme. Ho anche tanti amici, per me importantissimi. Alcuni li frequento molto, altri non li sento tutti i giorni, ma reciprocamente sappiamo di avere un legame speciale. Presto partirò per un nuovo cammino, forse. Nessuna certezza per adesso. Sarà con me stesso. Da una parte questo mi fa paura, perché so bene che mi ritroverò con la metà di me che cerco di conoscere sempre meglio, dall’altra sono felicissimo, perché so bene che quando tornerò sarò sicuramente migliore e potrò far incazzare meno le persone che, bontà loro, mi stanno vicino.

 











Passo tratto dalla Divina Commedia – Canto XXVI
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: "Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".