venerdì, marzo 29

Auguri a tutti, passate una buona Pasqua, se questo sarà il vostro volere. Nell’uovo un biglietto con le parole più belle: “Sorridi, senza ragione, ama come se fossi un bambino, sorridi, non importa quel che ti dicono. Non ascoltare una sola parola, perché la vita è bella così”.

Sono talmente incoerente che le mie due canzoni preferite sono “Beautiful that way” cantata da Noa e “Vedrai, vedrai” di Luigi Tenco, due poesie dal contenuto quasi opposto, ma proprio per questa ragione assolutamente complementari e sovrapponibili, come il bianco ed il nero, come il giorno e la notte. Nessuno di noi ha il dono di essere così perfetto da non cadere mai nei due opposti, riuscendo sempre a camminare sul sottile filo che li separa. E' impossibile, così come non è possibile suonare il pianoforte, far uscire le note nella loro bellezza, se non toccando i tasti, quelli bianchi e gli altri neri. Dopo tutto uno dei grandi privilegi di appartenere al genere umano è quello di non avere l’obbligo della perfezione, ma solo la facoltà di perseguirla, pur sapendo che è irraggiungibile.

Proprio per questo dubito moltissimo di coloro che sono pieni di certezze, quelli che in apparenza non hanno mai debolezze o fragilità. E’ infatti evidente che ciò non sia umano, dunque si tratta di un atteggiamento falso, che magari nasconde ansie o inquietudini ben più profonde. Meglio chi, con le mani nude, non nasconde sé stesso, né le cicatrici o i tatuaggi che porta. Al contrario amo frequentare amici o conoscere persone che siano eccezionali ai miei occhi, per i quali possa avere vera stima, perché solo così potrò dare e ricevere amicizia o affetto, oppure il semplice rispetto. Non è una stupida e falsa modestia, ma una realtà. Si può essere amici o provare affetto verso una persona che non si stima? Penso proprio di no. E’ questo, forse, il confine fra il conoscente e l’amico. E’ la qualità dell’incontro, la predisposizione interiore che abbiamo mentre siamo insieme, non certamente la frequenza del contatto la vera linea di demarcazione. Magari sento vera amicizia (ricambiata) con vecchi compagni di scuola che vedo ogni cinque anni, piuttosto da chi vedo (non per scelta) ogni giorno.

Ma sto divagando.

E’ tempo di Pasqua, simbolo cristiano della resurrezione e della vita che rinasce. Anche l’equinozio di primavera appena passato è il segno che il giorno e la luce hanno vinto la loro battaglia sulla notte ed il buio dell’inverno, nell’infinito alternarsi delle stagioni.

Vorrei tanto che anche per la mia città arrivasse presto l’equinozio e che luce vera sia fatta sulle nostre istituzioni migliori, trasformate in macerie maleodoranti da atteggiamenti ed azioni criminali e dolose. Oltre a questo c'è un'altra gravissima colpa, purtroppo non compresa nel codice penale, quella di aver ucciso la speranza di molti. Ho fiducia nell’opera dei magistrati, tantissima, ben cosciente che solo dopo la pulizia totale dal malaffare Siena potrà avere il suo equinozio e nuova vita. Guai a chi vorrebbe far passare tutti i senesi ‘colpevoli’, per il solo fatto di aver vissuto in questa meravigliosa città. L’equazione è di quelle più classiche, visto che ‘tutti colpevoli’ equivale a ‘nessuno colpevole’. Le responsabilità penali, per fortuna, sono personali e chi ha sbagliato, quando il tribunale lo stabilirà, dovrà pagare senza sconti. Nel frattempo abbiamo due alternative, entrambe corrette: lasciare Siena (e l’Italia) andando a lavorare altrove per almeno tre anni, oppure restare, cercando di far ancora meglio il proprio lavoro (fin che c’è), impegnarsi di più, pur sapendo che nulla sarà più come prima, ma che comunque Siena è e sarà sempre il posto dove vogliamo vivere e dove vorremmo rinascere.

Ma sto divagando ancora.

Sto scrivendo questo post per fare a tutti i miei amici gli auguri di buona Pasqua, simbolo cristiano, ma anche pagano (traslando), di resurrezione e di ripartenza. Voglio farlo prendendo in prestito le bellissime parole di Nicola Piovani: “Sorridi, senza ragione, ama come se fossi un bambino, sorridi, non importa quel che ti dicono. Non ascoltare una sola parola, perché la vita è bella così”. Quando sento queste frasi cantate dalla cantante israeliana Achinoam Nini in arte Noa, mi viene sempre la pelle d’oca, tanto che l’ho messa come suoneria del telefonino, collegandola ai numeri delle persone più care della mia vita. Ogni volta che il cellulare squilla con queste note, vuol dire che una persona a cui voglio bene mi sta cercando.

Sono parole bellissime e vorrei averle sussurrate pian pianino anche ad Alessandro, o meglio a Pandoro, giraffino molto buono e semplice, che se n’è andato in silenzio così come in silenzio e senza mai aver dato noia a nessuno ha vissuto la sua brevissima vita. Alle volte la morte arriva improvvisamente, quanto non è richiesta e non te l’aspetti, nel sonno, come per Pandoro, un ragazzo buono. Eh si, proprio un ragazzo buono.
Auguri a tutti e passate una buona Pasqua, se questo sarà il vostro volere. 
Buon viaggio anche a te, Pandoro, ragazzo giraffino buono.




Beautiful that way  
(Nicola Piovani, 1997)

Smile, without a reason why
Love, as if you were a child
Smile, no matter what they tell you
Don't listen to a word they say
'Cause life is beautiful that way

Tears, a tidal-wave of tears
Light that slowly disappears
Wait, before you close the curtain
There's still another game to play
And life is beautiful that way

Here, in his eyes forever more
I will always be as close
as you remember from before.

Now, that you're out there on your own
Remember, what is real and
what we dream is love alone.

Keep the laughter in your eyes
Soon, your long awaited prize
We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way

We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way

There's still another game to play
And life is beautiful that way

Traduzione

La vita è bella così

Sorridi, senza ragione
Ama, come se fossi un bambino
Sorridi, non importa quel che ti dicono
Non ascoltare una sola parola
perché la vita è bella così

Lacrime, un'ondata di lacrime
Luce, che lentamente si affievolisce
Aspetta, prima di chiudere il sipario
C'è ancora un altro gioco da giocare
E la vita è bella così

Qui, nei suoi occhi per sempre
Sarò sempre vicino come ricordi

Ora, che sei là fuori da solo
Ricorda, quel che è vero e quel che sogniamo è solo amore.

Tieni il sorriso nei tuoi occhi
Presto, il premio che aspettavi da tempo
Dimenticheremo il nostro dolore
E penseremo ad un giorno migliore
perché la vita è bella così

Dimenticheremo il nostro dolore
E penseremo ad un giorno migliore
perché la vita è bella così

C'è ancora un altro gioco da giocare
E la vita è bella così

Versione italiana di Lorenzo Masetti





Vedrai, vedrai 
(Luigi Tenco, 1965)

Quando la sera me ne torno a casa
non ho neanche voglia di parlare
tu non guardarmi con quella tenerezza
come fossi un bambino che ritorna deluso
si lo so che questa non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi
vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
vedrai, vedrai
non son finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà
preferirei sapere che piangi
che mi rimproveri di averti delusa
e non vederti sempre così dolce
accettare da me tutto quello che viene
mi fa disperare il pensiero di te
e di me che non so darti di più
vedrai, vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
vedrai, vedrai
no, non son finito sai
non so dirti come e quando
ma un bel giorno cambierà.

mercoledì, marzo 20

Il futuro nelle parole del 'dittatore' Chaplin: "Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti"

Stanotte navignando in mezzo al sonno che non voleva arrivare, mi sono imbattuto nella trascrizione del monologo di Charlie Chaplin nel film "Il grande dittatore", quando nei panni di Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania, enuncia quello che, forse, è il suo pensiero. Sono parole bellissime e di straordinaria attualità, se traslate a quello che stiamo vivendo in questi anni di terribile crisi. E' proprio rileggendo la storia, anche quella che ci hanno lasciato capolavori come "Il grande dittatore" che si può provare a ricostruire il presente. 
Sono gli esempi e la saggezza i punti cardinali per la ripartenza, assieme ai valori e l'impegno. Non importa la latitudine del tempo nella quale sono state pronunciate, neppure la platea che le ha ascoltate. Mantenere i propri impegni con la famiglia ed il proprio lavoro, anche nel chiuso di una stanza o di un’azienda è già un grandissimo passo ed un mattone per la ripartenza. 
Non credo che il mondo, l'Italia, ritroverà una nuova primavera attraverso gli atti o le parole di qualche eroe solitario e neppure ricostruendo una società fatta dalla sommatoria dei singoli interessi, come è accaduto negli ultimi venti anni in Italia. Mi ricordava questo il mio grande amico Michele qualche giorno fa. Il bene comune è forse qualcosa di diverso e di più "alto". Nessuno deve rimanere indietro e nessuno deve sentirsi inadeguato. Non dobbiamo avere paura dei nostri pregi o dei difetti e neppure dei nostri limiti o delle debolezze, perché tutti gli uomini ne hanno. Chiudo con le bellissime parole di Papa Francesco, che non possono non colpire tutti, credenti e non credenti, cattolici o musulmani: “Non abbiate paura della tenerezza”, che ricordano molto da vicino le parole di Karol Wojtyla quando diceva “Non abbiate paura…” unendoci di seguito tanti significati. 
La parola che andrebbe aggiunta oggi è, forse, speranza. 
La vera utopia di questi disgraziati anni.


Discorso all'umanità (Charlie Chaplin), tratto da "Il Grande dittatore"
Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone. Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che ci odiano io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare si che la vita sia bella e libera. Voi che potete fare di questa vita una splendida avventura. Soldati, in nome della democrazia, uniamo queste forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!»

Charlie Chaplin, Il grande dittatore (1940)

mercoledì, marzo 6

Un ramoscello di mimosa per Lucelly, con infinito rispetto per una donna barbaramente trucidata senza alcuna ragione, perché mai ragioni esistono per togliere una vita


Non so se ci sarà qualcuno che l’8 marzo metterà un rametto di mimosa fuori dal portone dove la povera Lucelly è stata barbaramente trucidata. Virtualmente uno lo poso io. E’ inaccettabile che una giovane donna di 32 anni, un essere umano, venga massacrata, a qualsiasi latitudine del mondo ci si possa trovare. Per lei è stata subito trovata una vergognosa “scorciatoia”, parlando del mestiere che dicono facesse. Immagino qualche commento del tipo: “Se l’è cercata…” o amenità analoghe, come se essere massacrati possa essere una scelta o peggio ancora possa avere una giustificazione. Se poi gli inquirenti scopriranno che l’assassino è un extracomunitario il cerchio è chiuso. La falsa moralità è salva. Siamo tutti bravi, simpatici e intelligenti. Siena è sana, al netto di pochi “mariuoli” (ovviamente sto minimizzando con ironia) che in dieci anni hanno sfilato a Siena Mps, Università, dignità, futuro, etc… Ma questa è un’altra storia.
Il pensiero di oggi è tutto per Lucelly. Ho provato a pensare quali fossero stati i suoi sogni da bambina e cosa desiderasse la prima volta che lasciò la sua terra per cercare il futuro (una vita normale) altrove. Forse sognava un lavoro come tutti gli altri, che con qualche sacrificio le consentisse di arrivare alla fine del mese e magari mandare qualcosa ai parenti in Colombia. La sua storia e la sua tragica fine non può che colpire, visto che non ci sono omicidi di serie B, ma soltanto omicidi, schifosi e brutali omicidi.
Ho sentito e letto cose che non mi sono piaciute in questi giorni e sono tutte quelle in cui si dava un giudizio morale, anche indiretto o sottointeso, sulla povera Lucelly. Inorridisco di fronte a chi si pone (giudicando) con il pollice in alto o in basso di fronte ad una persona in vita, figuriamoci di fronte ad una donna brutalmente massacrata senza ragione, perché ragioni non ce ne possono essere mai per giustificare un' uccisione. 
Credo sia allucinante (e falso) qualsiasi atteggiamento che non sia il rispetto totale.
A questo proposito ci sono delle parti molto belle del Vangelo, soprattutto se lette con gli occhi critici del laico dubbioso quale sono io e non quelli del cattolico bigotto che prende atto della Verità senza mai metterla in discussione.
Credo che queste belle parole, che sotto riporto, possano essere lette con attenzione. "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei", diceva Gesù secondo le scritture. A Lucelly non getto alcuna pietra, ma porgo virtualmente un ramoscello di mimosa per l’8 marzo, arcaico simbolo della vita che risorge, sperando che ovunque sia adesso possa aver trovato la felicità e la speranza che gli è stata rubata insieme alla vita da un brutale e schifoso assassino.



Dal Vangelo secondo Giovanni 8, 1 - 11
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore». E Gesù le disse: “Neanch'io ti condanno; và e d'ora in poi non peccare più”.


Dal Vangelo secondo Luca  7, 36 - 50
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”.
Gesù allora gli disse: “Simone, ho da dirti qualcosa”. Ed egli rispose: “Di’ pure, maestro”. “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?”. Simone rispose: “Suppongo sia colui al quale ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”.
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”.
Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”. Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.

giovedì, febbraio 14

“E mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa, ma quando scendo dal sellino sento la malinconia, un elefante magrolino che scriveva poesie”. San Valentino, il ricordo di Marco Pantani ed un pensiero per la mia città

San Valentino, festa degli innamorati. Fiumi di inchiostro e di sentimenti hanno invaso ogni media, anche se non riescono ad essere più forti della cronaca, che prepotente (giustamente) ha sempre le prime pagine. Per me San Valentino negli ultimi anni ha sempre avuto un significato particolare e non parlo di chi mi sta vicino, che non ha bisogno di sdolcinate dichiarazioni pubbliche.
Oggi sono nove anni che è morto Marco Pantani, un gigante fragile, che ha pagato in prima persona il conto al suo amore per la vita, una volta che non si è più sentito ricambiato in questo sentimento. Oggi si scopre che ai suoi tempi tutti gli altri (lottava contro Armstrong...) baravano di brutto, molto più di lui forse. Ma così è. In ogni caso rimarranno fortissime le emozioni che solo Marco riusciva a stimolare. Quando si toglieva la bandana e si alzava sui pedali… beh in quel gesto c’era molto più del doping (che in fondo aveva messo tutti comunque alla pari), c’era la rabbia, la voglia di soffrire, la voglia di partire e lasciare tutti dietro. Non bastarono a fermarlo le fratture alle gambe o altri incidenti gravissimi. Marco era molto di più e la sua leggenda non morirà mai. Non è certo finita il 14 febbraio 2004 in quell’albergo a Rimini. Ogni San Valentino penso a lui, ai suoi occhi quando si alzava sui pedali, ma anche al suo sguardo spento negli ultimi giorni di vita, così come appariva nelle cronache dei giornali che lo sbattevano in prima pagina, colpevole, al tempo, di aver truccato le carte, linciato e massacrato oltre ogni logica. Nei giorni della sua grande sofferenza non gli fu concessa neppure quella che i latini chiamavano pietas. E’ un sentimento nobile, che non significa perdono, ma pietà e rispetto per l’uomo che sta soffrendo, che sa bene che sta pagando e pagherà ancora per gli errori commessi. In quei giorni molti ebbero per lui solo rabbia, spesso cieca. Se penso a quello che (forse) facevano gli altri, mi viene da pensare che Marco (forse) era fra quelli che baravano di meno. Ripenso alle salite, alla fatica sovraumana che pativa per spingere più forte sui pedali, per superare gli altri. Oggi il suo pedalare appare come una catarsi, il suo alzarsi sui pedali quasi un tentativo di purificazione. Riuscì così a superare tutti meno uno, sé stesso. Ciao Marco
Quest’anno per San Valentino non posso non pensare anche alla mia città. In attesa della giusta e doverosa chiarezza (sono garantista e fiducioso nella Magistratura) che i Giudici consegneranno alla storia, in questi giorni mi rendo conto di quanto le voglio bene. Leggendo la cronaca alle volte verrebbe voglia di andare lontano, magari negli Usa, in Nuova Zelanda o comunque all’estero, per non sentire tutti giorni il gran male che Siena ha subìto e sta subendo. Poi ripenso a tutto il vissuto, al fatto che in fondo sono nato qua e qua vorrei morire, nella mia città. Non sono cieco né sordo e pertanto vedo e leggo ogni giorno tutto quello che accade e che dà profondo sconforto, oltre ad infinita preoccupazione, soprattutto per le generazioni che verranno, alle quali è stata tolta una parte della speranza. Proprio per questo penso sia giusto rimanere a Siena, nella mia città, cercando di portare (quando e se richiesto) l’apporto che posso portare (poco), sperando che tutti possano fare altrettanto, se lo vorranno, liberamente e sinceramente, ma soprattutto in modo disinteressato, dopo il grande inganno che aveva illuso quasi tutti, me compreso. Solo pochi urlavano nel deserto. Purtroppo indietro non si può tornare e l'unica strada è andare avanti.














E mi alzo sui pedali è la bellissima canzone (scritta da Bigazzi - Grandi - Curreri / Falagiani) dedicata a Marco Pantani dagli Stadio nel 2007. Album Parole nel vento.
Chissà, forse oggi Marco sarà su qualche passo alpino a canticchiarla, mentre pedala solitario, accarezzando con la sua bici i tornanti, oggi lievi nel salire.

Io sono un campione questo lo so
È solo questione di punti di vista
In questo posto dove io sto
Mi chiamano Marco, Marco il ciclista
Ma è che alle volte si perde la strada
Perché prima o poi ci sono brutti momenti
Non so neppure se ero un pirata
Strappavo la vita col cuore e coi denti
E se ho sbagliato non me ne son reso conto
Ho preso le cose fin troppo sul serio
Ho preso anche il fatto di aver ogni tanto
Esagerato per sentirmi più vero

E ora mi alzo sui pedali come quando ero bambino
Dopo un po' prendevo il volo dal cancello del giardino
E mio nonno mi aspettava senza dire una parola
Perché io e la bicicletta siamo una cosa sola
E mi rialzo sui pedali ricomincio la fatica
Poi abbraccio i miei gregari passo in cima alla salita
Perché quelli come noi hanno voglia di sognare
E io dal passo del Pordoi chiudo gli occhi e vedo il mare
E vedo te…e aspetto te…

Adesso mi sembra tutto distante
La maglia rosa e quegli anni felici
E il Giro d'Italia e poi il Tour de France
Ed anche gli amici che non erano amici
Poi di quel giorno ricordo soltanto
Una stanza d'albergo ed un letto disfatto
E sono sicuro di avere anche pianto
Ma sono sparito in quell'attimo esatto

E ora mi alzo sui pedali all'inizio dello strappo
Mentre un pugno di avversari si è piantato in mezzo al gruppo
Perché in fondo una salita è una cosa anche è normale
Assomiglia un po' alla vita devi sempre un po' lottare
E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
E mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
Ma quando scendo dal sellino sento la malinconia
Un elefante magrolino che scriveva poesie
Solo per te… solo per te…

Io sono un campione questo lo so
Un po' come tutti aspetto il domani
In questo posto dove io sto
Chiedete di Marco, Marco Pantani.

sabato, gennaio 12

"Ricomincio da tre", insieme a Massimo Triosi, aspettando il "dies natalis solis invicti"

Una delle cose più difficili per tutti è capire quando arriva il nostro personale 1 gennaio, il primo giorno dell’anno che possa significare ripartenza, vita nuova o ritorno a ciò che di buono abbiamo fatto. L’importante è capire che non si tratta di una corsa a tempo, dove chi parte o arriva primo vince qualcosa. Ognuno di noi ha i suoi (comunque meravigliosi) tempi.
La società, tutto quanto è attorno a noi, ci obbliga ad una ripartenza personale e come tale non può essere delegata, ma realizzata in prima persona, nei tempi e nei modi che soggettivamente ognuno vorrà, sempre che lo decida.
Bellissimo è il dialogo fra Lello Arena e Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre”. Grazie a Wikipedia le fantastiche parole tra i due sono in rete:
Gaetano: Io dimane parto. Cioè dimane me ne vaco a Firenze, addu, addu zia Antonia...
Lello: E 'nata vota Firenze, e 'nata vota zia Antonia, e poi nu parti mai.
Gaetano: Cioè, se ti sto dicendo che parto, parto... e poi me ne vaco Rafè, nu ci'a faccio cchiù! Cioè, chello che è stato è stato, basta! Ricomincio da tre!
Lello: Da zero!
Gaetano: Eh?
Lello: Da zero! Ricominci da zero!
Gaetano: Nossignore, ricomincio da... cioè, tre cose me so' riuscite ind'a vita, pecchè aggià perdere pure cheste?! Aggià ricominciare da zero?! Da tre!... Me ne vaco, nun ci'a faccio cchiù...
Lello: Gaeta', chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca.
Gaetano: Cioè cumm'è 'sta cosa? Chi parte...
Gaetano e Lello: Sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca.
Gaetano: Azz è bella, 'o ssaje? L'hai fatta tu? Pari scemo tu eh, e invece..
Siamo già arrivati quasi alla metà di gennaio ed ancora devo tornare in bici, devo ripartire per smaltire i chili invernali e soprattutto capire quale sarà la prossima meta. Ma di questo ovviamente (e giustamente) non frega proprio niente a nessuno. Per i buzziconi che aspettano sempre il ”lunedì che verrà” il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno in cui la luce ha iniziato a prendere il sopravvento sulla notte, quest’anno è caduto il 22 dicembre. E’ questa la data spartiacque, il giorno in cui dovrebbero finire gli alibi o altro e ripartire. Purtroppo mi sono attardato a tavola, anzi su molte tavole, e poco sulle due ruote o in palestra. E’ tramontata, anzi rimandata, la preparazione per fare una maratona.
Ma questa visione in apparenza pessimistica non può e non deve essere esaustiva di tutto. “Ricomincio da tre”, verrebbe voglia di dire. Poi una volta partito capirò quali siano queste tre cose, se ancora non le avessi chiare. Anche il nostro mondo, la nostra Italia e la nostra Siena avrebbero bisogno di ripartire, ma non so se siano rimaste tre cose "salvate", tali da poter essere considerate basi di partenza. Oppure ce ne sono ancora talmente tante che basterebbero per far ripartire tutto almeno tre volte.
Non mi riferisco a nulla in particolare. Ognuno tragga le proprie conclusioni. Di fatto devo riprendere presto la bici, non solo metaforicamente parlando. So bene che per almeno quattro o cinque uscite tornerò a casa con la nausea, una fatica totale dovuta ai tre mesi di non pedalate. Ma so bene che dopo starò meglio, che le gambe gireranno più agili sulle salite, potrò rialzare la testa dalla strada e guardare il mondo che mi circonda pedalando.
Cammino di Santiago, Italia oppure Siena tutte le strade si somigliano. La bellezza non ha casa, ma è ovunque, basta saperla vedere e non consentire ad altri, ma anche alla nostra inedia, di tenerla nascosta. Avere un nostro percorso è fondamentale, perché la ricerca di ciò che vogliamo e della nostra “bellezza” non possiamo delegarla, né affidarla al copia-incolla dei modelli che ci impongono, sotto tutti i punti di vista.
A questo proposito è ancora speciale il grande Massimo Triosi, una persona speciale che ci ha lasciato tante cose nel pochissimo tempo in cui è stato fra noi. E’ Gaetano (Massimo Triosi), che parlando con Marta cita Lello Arena pensando che la frase da lui pronunciata fosse stata pensata proprio da lui.
Marta: Senti, ma come mai sei venuto via da Napoli?
Gaetano
: Ma sai, in fondo in fondo, sai: chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca.
Marta
: Ma che fai, parli con le frasi degli altri?
Gaetano
: Perché, conosci a Lello, tu?
Marta
: E chi è Lello?
Gaetano
: Lello Sodano, chillu là bassino, 'nu poco... cu 'na faccia tene 'nu... cioè la frase che hai detto...
Marta
:E’ di Montaigne!
Il film finisce con la scena di Gaetano (Massimo) che parla con Marta del figlio avrà, del quale non conosce il padre con certezza. Massimiliano oppure Ugo, ricordate? Gaetano aveva voglia di ripartire, proprio con Marta e Ciro, il bambino che forse non era suo, ma era comunque un figlio, un punto di partenza.
Gaetano: Perché Massimiliano... Per esempio, questo ragazzo sta vicino alla mamma... questo ragazzo si muove per andare a qualche parte? La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perche è troppo lungo!
Invece Ugo, quello come sta vicino alla mamma e sta per muoversi: Ugo! Il ragazzo non ha nemmeno il tempo di fare un passo. Ugo!, e deve tornare per forza, perche lo sente, il nome.
Al massimo, proprio... ecco... volendo lo potremmo chiamare Ciro. È più lungo, ma proprio per non farlo venire troppo represso... Però Ciro tiene il tempo di prendere un poco d'aria... ".
Arrivati in fondo dovrebbe essere il momento della morale, la sintesi di tutto. E bene non c’è nessuna morale o sintesi da fare. L’importante è ricominciare, poi se “Ricomincio da tre” meglio, se “Ricominci da te” meglio ancora.

C'è una poesia di Massimo Triosi, che ritengo straordinaria. L'ha ben cantata il suo amico Pino Daniele.
  O' ssai comme fa o' core
Testo originale in napoletano

Tu stive 'nzieme a n'ato
je te guardaje
e primma 'e da' 'o tiempo all'uocchie
pe' s'annammura'
già s'era fatt' annanze 'o core.
A me, a me
'o ssaje comme fa 'o core
quann' s'è annamurato.

Tu stive 'nzieme a me
je te guardavo e me ricevo
comm' sarrà successo ca è fernuto
ma je nun m'arrenn'
ce voglio pruva'.
Poi se facette annanze 'o core
e me ricette:
"Tu vuoje pruvà?
E pruova, je me ne vaco!"
'O ssaje comme fa 'o core
quann s'è sbagliato.
 
Lo sai come fa il cuore
Traduzione in italiano

Tu stavi insieme a un altro
io ti guardavo
e prima di dar tempo agli occhi
di innamorarsi
già s'era fatto innanzi il cuore.
A me, a me
lo sai come fa il cuore
quando s'è innamorato.

Tu stavi insieme a me
io ti guardavo e mi dicevo
come sarà successo che è finita
ma io non mi arrendo
ci voglio provare.
Poi si fece avanti il cuore
e mi disse:
"Tu vuoi provarci?
E prova, io me ne vado!"
Lo sai come fa il cuore
quando s'è sbagliato.

domenica, dicembre 23

Natale sereno, per chi lo desidera

Alle volte penso quale possa essere il miglior modo di fare gli auguri per le Feste. Ce ne sono sicuramente milioni, forse miliardi, tanti quanti sono gli esseri umani. Ognuno di loro ha un sogno speciale, un desiderio unico, la sua personale strada da percorrere quando si avvicina il Natale o la festa della religione in cui crede, sempre che ne abbia.
Un poco mi disturba l’abuso della parola felicità. Per molti è infatti solo un miraggio, per altri neppure un sogno, per alcuni la scelta è non cercarla affatto. Per questo preferisco la parola serenità da accompagnare agli auguri. Non voglio sembrare Leopardi e dire che la felicità è solo un’assenza temporanea di dolore. Tutt’altro. Ho una mia precisa idea di cosa sia la felicità, ma è talmente aperta e libera, che non posso e non voglio clonarla o cucirla su altri, trasformandola in concetto universale. Meglio che ognuno abbia la sua. Rispetto molto anche chi sceglie di non essere felice restando vicino al suo dolore, se è questo che gli dà serenità, se è questo quello che desidera, anche per Natale.
Non ho mai pensato che la ricerca personale della verità, della bellezza o del trascendente escluda automaticamente i concetti religiosi, tutt’altro. Li comprende tutti, ma da un punto di vista inverso. Credo poco ai dogmi calati dall’alto, ma credo piuttosto alla ricerca ed al viaggio personale di ciascun uomo, che alla fine conduca allo stesso punto ‘alto' dal quale il dogma viene calato. La fortuna di chi crede nel "dogma" è che la verità la trova subito e pure "gratis". Per chi invece intraprende il viaggio di ricerca, la rivelazione arriverà nel primo istante dopo che sarà finito il faticoso, alle volte sanguinoso, peregrinare. E’ un discorso complesso e sicuramente mi sono spiegato male.
E’ dunque Natale. Spero che ognuno dei miei amici ed ogni essere umano lo possa trascorrere come preferisce, se questo sarà il suo desiderio.
In proposito è bellissima la canzone “Le rondini” dell’immenso Lucio Dalla. Sotto ho ripreso le parole perché leggendole, magari senza pensare alla musica, si capisce meglio il concetto che vogliono trasmettere. In alcuni passaggi mi riconosco in pieno, in altri un po’ meno, ma è proprio per questo che la ritengo un capolavoro. C’è il bianco ed il nero e nel mezzo un sottile filo. Sta a ciascun uomo percorrerlo e magari andare verso il Natale che desidera.
Un sereno abbraccio a tutti.
Lello



Le rondini
(Lucio Dalla, 1990)

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
e volare sopra i tetti delle città.
Incontrare le espressioni dialettali,
mescolarmi con l'odore del caffè,
fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali
e con la polvere dei sogni volare e volare
al fresco delle stelle,, anche più in là

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Vorrei girare il cielo come le rondini
e ogni tanto fermarmi qua e là.
Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
e come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità.

Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per capire cosa succede dentro
e cos'è che lo muove

Da dove viene ogni tanto questo strano dolore.
Vorrei capire insomma che cos'è l'amore,
dov'è che si prende, dov'è che si dà

Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni

mercoledì, novembre 7

Francigena, la presentazione del mio libro


Perché si parte per un viaggio, come nasce la voglia di prendere la bici, mettere qualcosa dentro le borse ed iniziare a cavalcare la strada. Da centinaia di anni pellegrini e persone comuni percorrono l’antica via Francigena. Per alcuni è solo un collegamento fra due punti, quelli di partenza e di arrivo, per altri c’è qualcosa in più. Sicuramente è un contenitore per esperienze, incontri ed emozioni, capace di arricchire gli occhi e lo spirito di chi sceglie di percorrerla. “Francigena. In bici da Losanna a Siena sulle orme degli antichi pellegrini, con me stesso, fra la gente e la bellezza” è un piccolo abbecedario per l’anima, che aiuta i ricordi e le emozioni a fissarsi nel cuore. È una guida per viaggiare con lo sguardo rivolto verso il mondo, piuttosto che alla propria immagine riflessa in uno specchio.
Presenteranno il libro Gaia Tancredi e Michele Taddei, due amici ultraventennali (se dicessi quanto scoprirei la nostra età minima!), che spero proprio per questa ragione comprenderanno e perdoneranno le mie cavolate...
Visto che come dicevano i latini... mala tempora currunt, il libro non è stato stampato con il contributo di nessuno (con il rispetto massimo e ammirazione per chi li ottiene), ma solo grazie al coraggio (incoscienza?) di Luca Betti. Non ci sono sponsor o patrocinatori diretti o indiretti (con il massimo rispetto di tutti, s'intende). Sarebbe stato facile poi dire... utili in beneficenza... ma è evidente che non ce saranno. Anzi, se si arriverà a 20 euro (nostro obiettivo a 100 copie vendute), saranno devoluti in bevute con gli amici. Visto il budget.. c'entrerà tanta acqua e Gaiosello... ma come si dice... conta il gesto!



PRESENTAZIONE
“Francigena. In bici da Losanna a Siena sulle orme degli antichi pellegrini, 
con me stesso, fra la gente e la bellezza” 
di Raffaello Ginanneschi, edito da Betti Editrice.
Venerdì 16 novembre ore 18 - Salone del Libro - Siena - Via Tozzi 2 
Nei locali di Senarte (ex Nannini sotto la Camera di Commercio, di fronte ai Vigili Urbani)

Grazie a chi sarà presente e chi non ci sarà. Un abbraccio a tutti!


Ps
Alla presentazione, non seguirà buffet, venite dunque dopo aver già fatto merenda! :-)

martedì, ottobre 30

Il vecchio copto e l'antico manoscritto di Accra. Le meraviglie che solo Coehlo riesce a far vivere

Da poche ore ho finito di leggere un bel libro di Paulo Coelho, "Il manoscritto ritrovato di Accra". E' qualcosa di assolutamente diverso, ma allo stesso tempo molto simile a quello che di Paulo conosciamo a apprezziamo. Nei racconti del vecchio copto si ritrovano tantissimi particolari unici e bellissimi del modo di intendere e di leggere la vita di Coelho, molto simili anche alla mia visione di quanto ci circonda. Una parte è ovviamente dedicata alla bellezza. E' incredibile come riesca a trasformare questa parola facendola diventare un abito perfetto per qualunque cosa o persona attorno a noi. Sono sempre stato dell'idea che non esista qualcosa di oggettivamente bello o brutto per tutti. Ogni cosa, ogni oggetto, ma anche ogni persona ha un particolare, anche minuscolo, che la rende diversa da qualunque altra cosa o persona che esista. Sicuramente questo piccolo particolare sarà perfetto e speciale per qualcuno e renderà l'oggetto o la persona che lo possiede la più bella che esista, secondo il suo concetto di bellezza e di bello. E' la straordinaria bellezza che sta nella diversità di tutti gli esseri viventi e di ciò che è inanimato. Di seguito riporto una piccola parte di questo libro, quella in viene chiesto al vecchio copto cosa sia per lui la bellezza.


Il grandissimo Paulo Coehlo













"Quasi sempre ci viene detto: "Non è importante la bellezza esteriore, bensì quella interiore."
Ebbene, è una frase estremamente falsa.
Se fosse così, perché i fiori si offrirebbero così sfacciatamente al fine di attirare l'attenzione delle api?
E perché le gocce di pioggia smanierebbero per disvelare un arcobaleno quando incontrano i raggi del sole?
Semplicemente per il fatto che la natura aspira alla bellezza. Ed è soddisfatta soltanto quando essa può essere esaltata.
La bellezza esteriore è la componente visibile di quella interiore. E si manifesta attraverso la luce che promana dagli occhi di ogni individuo. Non importa che questi sia malvestito o non si conformi ai nostri canoni dell'eleganza, oppure se non cerchi di imporsi all'attenzione delle persone che lo circondano. Gli occhi sono lo specchio dell'anima e, in qualche maniera, rivelano ciò che sembra occulto.
Ma, oltre alla capacità di brillare, essi posseggono un'altra qualità: fungono da specchio sia per le doti racchiuse nell'animo sia per gli uomini e le donne che sono oggetto dei loro sguardi.
Infatti riflettono chi li sta guardando. Di conseguenza, se l'anima dell'altro sarà tetra, costui percepirà sempre la propria bruttezza. Come ogni specchio, gli occhi restituiscono il riflesso più intimo del volto che hanno davanti.
La bellezza è presente in tutte le creature. Ma si accompagna a un pericolo: come esseri umani spesso ci troviamo lontani dall'Energia Divina e, allora, ci lasciamo condizionare dal giudizio altrui.
E ci accade di negare la nostra bellezza perché gli altri non possono o non vogliono riconoscerla. Anziché accettarci per ciò che siamo, ci sforziamo di imitare coloro che si muovono intorno a noi.
Cerchiamo di essere come quelli di cui tutti dicono: "Che bello!" A poco a poco, la nostra anima comincia a deperire, la nostra volontà si infiacchisce e le nostre forze per portare la bellezza nel mondo scemano.
Arriviamo a scordarci che il vero mondo è quello al quale aspiriamo.
Cancelliamo il bagliore della luna che sprigiona dai nostri cuori e, piano piano, ci trasformiamo nella pozza che la riflette. Quando spunterà il giorno, il sole farà evaporare l'acqua - e non resterà niente.
E questo soltanto perché qualcuno ha detto: "Tu sei brutto." O qualcun altro ha affermato: "Lei è bella." Con tre semplici parole, ci hanno derubato della fiducia che nutrivamo in noi stessi.
Qualcosa che ci abbruttisce. Che ci amareggia.
In quel momento troviamo conforto in ciò che si definisce "saggezza": un coacervo di idee assemblato da tutti coloro che hanno cercato o cercano di definire il mondo, anziché rispettare il mistero della vita - un magmatico insieme nel quale confluiscono le regole, le misure, le disposizioni e i canoni assolutamente superflui che intendono stabilire un codice di comportamento.
E' una falsa saggezza che sembra perseguire lo scopo di proclamare: "Non preoccuparti della bellezza: essa è superficiale ed effimera."
Non è affatto vero. Tutti gli esseri e le cose che dimorano sotto la volta celeste - dagli uccelli alle montagne, dai fiori ai fiumi - testimoniano e riflettono la meraviglia della Creazione.
Se resisteremo alla tentazione di accettare che altri arrivino a stabilire chi siamo, allora sapremo far risplendere il sole racchiuso nella nostra anima.
L'Amore si avvicina e dice: "Non avevo mai notato la tua presenza."
E la nostra anima risponde: "Avresti dovuto mostrarti più attento, giacché io sono sempre stata qui. Per fortuna, la brezza ha dissolto il velo di polvere davanti ai tuoi occhi. Ora che mi hai veduta e riconosciuta, non andartene di nuovo, non abbandonarmi: tutti bramano la bellezza che deriva dall'Amore."
La bellezza non risiede nell'uguaglianza, bensì nella diversità. E' pressoché inimmaginabile una giraffa senza il collo lunghissimo, o un cactus senza le spine. E' l'irregolarità delle vette a rendere affascinanti e imponenti le montagne. Se la mano dell'uomo riuscisse a dare la medesima forma a quei picchi, essi non ispirerebbero considerazione e rispetto.
Ad ammaliarci e ad attrarci è proprio ciò che appare imperfetto.
Quando osserviamo un cedro, il pensiero che tutti i rami dovrebbero avere la stessa lunghezza e il medesimo diametro non ci sfiora neppure. Al limite, pensiamo: "Ecco un bell'albero forte."
Quando scorgiamo un serpente, non diciamo: "Quell'essere striscia sul terreno, mentre io cammino in posizione eretta." Al limite, pensiamo: " Anche se è una creatura inferiore, possiede una splendida pelle variopinta e un movimento sinuoso ed elegante e, forse, ha più potere di me."
Quando un cammello ci porta alla meta, dopo aver attraversato le sabbie di un deserto, è difficile che ci perdiamo in considerazioni del genere: "Ha due gobbe e una dentatura orrenda." Al limite, pensiamo: "E' degno del mio amore per l'aiuto che mi ha dato e per il fatto che si è dimostrato fedele. Senza la sua collaborazione, non potrei conoscere una parte del mondo."
Un tramonto appare sempre più bello allorché il cielo è parzialmente coperto di nuvole irregolari: soltanto così i raggi del sole possono originare gli innumerevoli colori che illuminano i sogni e i versi di un poeta.
Esseri meschini sono coloro che pensano: "Io non sono bello, perché l'Amore non ha bussato alla mia porta." In realtà, l'Amore ha bussato, ma non gli hanno aperto, giacché non si sentivano nelle condizioni di riceverlo.
Stavano disperatamente cercando di rendersi belli, anche se non era necessario - erano già pronti.
Si sforzavano di imitare gli altri, mentre l'Amore era in cerca di qualcosa di originale.
Si affacendavano per replicare le figure che animavano il mondo esterno e avevano dimenticato la Luce più intensa che si sprigionava dalla loro anima".

Paulo Coelho, da "Il manoscritto ritrovato di Accra"